Archivio mensile 29 Aprile 2021

DiAlessandro Corrado Baila

Lost in time

Lost in time 

Domenica 25 aprile 2021 h 18:48 – ascoltando prima Blood On My Hands e My Last Sunrise dei Demons And Wizards (1999) e poi A Blessing Of Tears di Robert Fripp (1995)

Persi nel tempo siamo, dispersi.

Corriamo, ansimiamo verso il futuro, a rotta di collo. Corriamo verso una nebbia grigia, che si allontana a ogni nostro passo.

Dietro di noi si allontana anche il passato, il mondo di prima.

Terra di nessuno.

Ecco il nostro brave new world. Anni recenti sono già storia vecchia. Libri impolverati.

Camminiamo per campi riarsi, pieni di stoppie, con i raggi del sole che ci tagliano sulle schiena e sulle spalle. Su quei campi bruciano giorno e notte cadaveri, che rischiarano il buio di una luce sinistra. Le nostri notti, simili a sfere metalliche, enormi e vuote. Bruciano le certezze effimere del passato.

Iris sfioriscono chinando il capo. I petali si fanno nerastri.

Battono campane stanche e scrostate, mentre chiese sono piene di sonnambuli che vagano di qua e di là. Navate invase di nuvole di mosche, che ronzano e roteano continuamente gli occhi rossi. Il legno delle panche imputridisce e cade a pezzi a terra, sul pavimento coperto di polvere e cellule morte.

Bambini dagli occhi spalancati si guardano intorno e fissano il mondo in cui cresceranno. Poi guardano dritto negli occhi dei grandi, a cercare risposte nelle loro pupille, ma gli adulti tacciono, abbassano la testa e non vogliono raccontare.

(dalla cartella “Diario del 2021“, work in progress)

DiAlessandro Corrado Baila

Gran bella foto (per tempi di merda)

Gran bella foto (per tempi di merda) 

Giovedì 15 aprile 2021 h 16:32

Gran bella foto, eh? Per tempi di merda, s’intende, naturalmente!”, ti ha detto giusto stamattina il tuo amico Marco, che lavora al mercato del giovedì nel centro storico della vostra cittadina. La foto che ti mostra è stata scattata all’interno della cooperativa sociale agricola dove lavora il ragazzo, che ogni settimana si può trovare a uno dei banchi dove sono in vendita frutta e verdura. L’immagine è stata scattata per la pagina dove Marco si fa conoscere come poeta e performer. “Vedi? Apposta mi sono fatto prendere di schiena”, continua il tuo amico, “Proprio una foto in accordo con questi anni, non credi?”. “Perché?”, gli rispondi tu, “Hai i piedi ben saldi a terra mi pare invece, e anche la colonna ben dritta… Chissà che espressione avevi in viso…”. Forse un po’ stupito da questa tua interpretazione inaspettata, il ragazzo cambia un po’ argomento ti dà anche una dritta musicale, come ogni volta o quasi che parlate quando vai a trovarlo sul lavoro. Halber Mensch degli Einstürzende Neubauten, 1985, questo l’album che Marco ascolta da giorni in continuazione. “Anche i testi sono bellissimi, leggiteli!”, aggiunge.

Un halber Mensch, dunque, un mezzo uomo, un uomo dimezzato in altre parole, che è anche la title track che ti stai ascoltando ora. Anche a leggerlo con calma, il testo non è per nulla facile. Ed è cantato – o meglio, recitato – in maniera tagliente, acuminata, come se gli interpreti avessero in bocca solo denti canini e li mettessero proprio in bella vista.

Forse che un po’ dimezzato ti senti anche tu? Diviso, strappato, strattonato tra mondi diversi. Questi einstürzende Neubauten poi, questi edifici nuovi che crollano. Il mondo che vi crolla addosso? Un pezzettino alla volta però, lentamente, giorno dopo giorno. Cosicché ogni mattina di un nuovo giorno fai anche tu il callo alla tegola che ti è caduta in testa il giorno prima. In modo da abituarti meglio, come in un baratro in cui continuiamo a scivolare, ma anche a trovare tutta una serie di piccole piacevolezze e consolazioni compensatorie. “C’è tanto meno traffico adesso”, dice una signora, mentre aspetta il suo turno al banco della verdura. “Come no! E adesso per fortuna non ci sono neanche più tutti quegli ubriaconi che si sentono di notte”, le dà man forte un’amica.

E poi verwesen, l’ultima parola del testo di Halber Mensch. Verwesen, questa parola che ricorre anche in tante poesie di Georg Trakl, questo sfarsi, marcire, decomporsi, come se per metà fossimo già morti quando il mondo crolla per tutti, ma invece ci isoliamo e innalziamo muri. Che ci impediscono di vedere il cielo, il nuovo, le opportunità che, come il rovescio della medaglia, arrivano anche nei momenti più neri. Forse è anche questo che Marco vuole comunicare con le sue performance.

Una mattina al mercato in centro, una giornata come d’argento, tagliente come questi giorni di una primavera che non si decide ad arrivare, o come le nuvole che se stanno lì, appollaiate in cielo, senza decidersi a buttare giù la pioggia. Andirivieni su e giù dalle piazze, più qualcuno che si abbandona a dichiarazioni al microfono della TV locale. L’aria tintinna e profuma ancora un po’ d’inverno, mentre tante e tante mani scambiano ogni sorta di prodotti con denaro contante. “È un mio amico, trattalo bene, mi raccomando”, dice Marco al suo collega, che subito dopo ti porge la tua borsa di verdure.

In cima alla piazza più in alto, ti fermi e ti giri a guardare. E ad ascoltare. La gente vive, la gente cerca di vivere nonostante tutto. A te, al tuo amico performer e a tutti quelli che animano il vociare del centro, nelle vene scorrono ancora il sangue e la volontà di continuare a vivere.

[dalla cartella “Diario del 2021”]

Un ascolto anch’esso in tema con il sentirsi dimezzati, arrivato come un fulmine per associazione di idee:

“La parte sinistra è ormai coperta dal ghiaccio, quella destra si getta da sola all’attacco…”

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