Archivio per Categoria Viaggi Musicali

DiAlessandro Corrado Baila

Angeli sporchi

Angeli sporchi 

Beh, che dire del primo pomeriggio di oggi? Un po’ il Meriggiare Pallido e Assorto di Montale. Tant’è che, dopo aver riletto quella poesia che senti molto, molto anche tua, ti sei messo alla guida ascoltando la prima traccia di The Door To Doom dei Candlemass. Sulla copertina si vede un enorme teschio con le corna, infilzato in verticale – e anche in orizzontale, forse per amor di completezza – un teschio che il Demonio posa tra anime dannate, destinate a bruciare in eterno. Forse un omaggio, anzi, un ritorno alla cover del primo album della band, che va sotto il nome di Epicus Doomicus Metallicus. Anche perché alla voce c’è lo stesso cantante di allora, che inizia subito a tessere lodi lunghe e mielose al Re dei Re. Dunque? Ormai il tuo sistema nervoso centrale, ma anche quello periferico, si sono fatti tutto un groviglio di collegamenti intasati e assai improbabili. Dal metal nordico estremo passi in un attimo alla delicatezza del jazz anni ’50, oppure dal pop anni ’80 alle interpretazioni di Glenn Gould.

Fatto sta che, aspettando prima il tuo turno a un incrocio congestionato e poi andando verso un altro posto dove nulla si può avere se non cacciando soldi, ti sei reso conto che da qui Dio deve aver levato le tende già molto tempo fa, diversi anni prima del marzo 2020. Dio e tutte le divinità delle religioni monoteiste. Quindi anche Satana, perché che ci starebbe a fare qui il Signore delle Tenebre se non può maledire e tramare contro chi lo ha precipitato nell’Ade? Qua e là sui marciapiedi arrancavano curvi angeli stanchi, provati, con il volto tutto sporco e le ali unte di grasso nero. Tra semafori rossi, strade rattoppate alla meno peggio e gente che parlava per manipolazioni di manipolazioni, ti sei anche reso conto di quanto mediocre sia in realtà quella prima traccia che il cantante dei Candlemass chiama con orgoglio “satanic symphony”, e di quanto poco, anzi pochissimo di doom metal abbiano – e forse sempre abbiano avuto – le strade che fai ogni giorno, percorse quotidianamente da gente che si alza sempre alla stessa ora per andare sempre a fare sempre le stesse cose negli stessi posti. Eh, sì, ragazzi, ormai con tutte queste estati sempre più roventi sono evaporate anche tutte le divinità monoteiste, più naturalmente tutte le loro controparti malvage, di moda tra chi si illude di essere diverso in una società di esseri senza volto. Quindi ora che si fa? Bah, probabilmente ce la caveremo come sempre in Italia, con un po’ di favori e telefonate di amici di amici, parenti sempre pronti a mettere una buona parola per noi, conoscenze private in Consiglio Regionale, o addirittura in qualche Ministero.

[giovedì 7 luglio 2022 – dalla cartella “Diario del 2020/21/22” (quando finirà mai?)]

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

Autunno trasfigurato

Autunno trasfigurato 

Martedì 10 maggio 2022 h 10:34 – senza ascoltare nulla

Alchimie di cuori notturni. La notte è stata silenzio, riposo soffice di chi lavora. Voluttà di sogni, dopo le fatiche senza melodia del giorno. Lo splendore massimo degli iris è stato nelle ore in cui per strada non c’era anima viva. Nessuno si è fermato ad ammirare le loro bocche spalancate, che intonavano canti caldi di maggio e primavere d’oro. Ora invece è mattina inoltrata, e gli iris già cantano con voce stonata la fine della loro bellezza effimera. I petali delle loro bocche cadono verso la terra e si fanno pian piano nerastri. Pesantezza e rumore ruvido di archi scordati.

E stanotte? Stanotte avrai la forza di rimanere sveglio a lungo, a guardare in giardino un cimitero di petali appassiti, sopra violini fatti a pezzi come da un matto e melodie distrutte, scritte su pentagrammi strappati con furia? Forse, ma può anche darsi anche che sarai l’unico, mentre poche ore dopo il lavoro chiamerà, e anime dure andranno presto a onorare il loro dovere, indifferenti e sorde alle alchimie del cuore di un sognatore.

17:22 – senza ascoltare nulla

Passato, trascorso come rapido come un torrente in piena, è quell’autunno della musica dark ascoltata in auto, che più traffico c’era meglio era, perché più traffico c’era più avevi tempo di ascoltare farfalle nere e blu volteggiare nella luce viola. Quell’autunno di piogge e di nuvoloni grigi, ma anche di violini che commentavano baci d’addio, baci taglienti.

Rincasare che diluviava, entrare e trovare tutto un mondo in bianco, nero e grigio. Vecchie bambole ammassate alla rinfusa nei posti più impensati, alcune senza più gli occhi, altre con le gambe e la braccia spezzate, altre ancora fatte a pezzettini. E da fuori sentire il vento furioso, che chiamava a partire verso altri lidi lontanissimi, spiagge di fronte all’oceano in burrasca, o i paesaggi invernali più estremi del Cile più australe.

Da una vecchia chitarra acustica, appoggiata su un vecchio divano, dita lunghe e ossute facevano stillare note languide, gocce d’argento, che disegnavano nuove costellazioni per il futuro. Il rumore della mano sinistra al momento di cambiare accordo. Poi quelle dita e quelle mani intonavano una fuga disperata, lungo una notte che sognavi infinita, senza più un sole che annunciasse un nuovo giorno!

Autunno trasfigurato, perché stai parlando del 2020. Trasfigurato, sì, perché di notte, lungo quell’autostrada vuota, voci senza volto né corpo chiedevano sommessamente luce e pietà per il nostro mondo.

[Dalla cartella “Diario del 2022” (work in progress); riferimento alla copertina e alla musica di Like Gods Of The Sun dei My Dying Bride (1996) e di Damnation degli Opeth (2003)]

 

DiAlessandro Corrado Baila

Note possenti

Note possenti 

Una tarda sera del 1989, forse addirittura d’estate, le note possenti di un synth a tutto volume si sono innalzate come fiamme all’orizzonte e hanno tinto il cielo di giallo e di rosso. Il tastierista Antonio Aiazzi era come spiritato, sudava, e premendo con forza i tasti dei suoi strumenti si piegava di continuo avanti e poi indietro, mentre nel sangue si sentiva scorrere una furia mai provata prima. Eppure, il culmine di quel concerto dal vivo, in cielo non ha luccicato come d’argento che per un paio di minuti, se possibile reso ancor più brillante dagli applausi euforici del pubblico. A un certo momento il concerto è finito, magari i fan avranno chiesto anche qualche bis, ma poche ore dopo erano spariti tutto e tutti. E tutta l’adrenalina di quella tarda sera d’estate del 1989 è tramontata ben presto anch’essa. Stesso destino dei tanti mondi degli uomini di dopo, che uno dopo l’altro sono svaniti sempre più veloci. A quel concerto esaltante, dev’essere seguito il lavoro muto e puntiglioso dei netturbini: lattine di birra pestate, mozziconi di sigaretta, pacchetti vuoti e strappati dal calpestio della ressa, resti di spinelli e siringhe usate, che avevano fatto tutti il loro dovere.

Alla fine del live le voci del pubblico accompagnano il lento sfumare dell’ultimo pezzo. Ma chi erano quelle persone? Come si chiamano? Che vita facevano allora? Sono ancora tra noi dopo tutti quegli anni? Nel frattempo, oggi, 13 gennaio 2022, nel tardo pomeriggio, un vento freddo è disceso giù per una piccola collina con il suono del suo soffio vorticoso, e ha accarezzato i rami neri di alberi spogli. Poi si è confuso con lo smog e il rumore di auto, che in entrambi i sensi scappavano come ogni sera dal lavoro a casa, credendo forse di rimettersi al sicuro.

[dalla cartella “Diario del 2020-22” (work in progress); riferimento a Pirata, album live dei Litfiba del 1989]

DiAlessandro Corrado Baila

Tramonto macchiato

Tramonto macchiato 

Giovedì 23 dicembre 2021 h 17:21

Quando a fine dicembre ci vengono elargite a piene mani come doni preziosi le giornate più brevi e le notti più lunghe dell’anno, guardando per caso attraverso una finestra ancora aperta tra le quattro e le cinque di pomeriggio, può capitare di sentire il richiamo irresistibile della magia dei colori cangianti ogni attimo di un tramonto incipiente, e di ritrovarsi d’istinto già all’esterno un attimo dopo, una volta abbondonate le proprie occupazioni, di qualsiasi importanza esse siano. Tuttavia, chi già da un po’ di tempo abbia dovuto adattarsi suo malgrado a soluzioni lavorative spacciate a gran voce per assai intelligenti, e magari abiti anche in qualche periferia, per giunta di un piccolo centro, dove molte persone sono abituate sin dall’infanzia a esprimersi in maniera alquanto rozza o comunque assai spiacevole all’udito – un aspetto magari addirittura accentuatosi negli ultimi anni – chi dunque si trovi a vivere tutte insieme queste coincidenze infauste può avere talvolta la sventura di sentire quel meraviglioso momento di impalpabile confine tra giorno e notte mentre viene imbrattato dal dialogo colorito di qualche passante, sia esso impegnato in qualche importante telefonata di lavoro, o in un colloquio più informale con un compagno di strada. Non solo: a queste macchie vocali, metaforiche ma lo stesso maleodoranti, che sporcano il crepuscolo come il vino o il caffè su un capo bianco e fresco di lavaggio e di stiratura, si aggiunge spesso la risposta ancor più decisa di qualche quadrupede frustrato, nonché inflessibile guardiano della pace borghese della via dove abitano i suoi rispettabilissimi padroni e padroncini, naturalmente sostenuto in questa battaglia quotidiana e senza esclusione di colpi da molti altri esemplari della stessa specie, anche se spesso di razza diversa o meticci. Tanto che, a chi se ne rientri in casa a capo chino, sperando in un’occasione migliore per l’indomani, può capitare di chiedersi chi tra i contendenti abbia abbaiato veramente o di più, consolandosi nel frattempo con la delicatezza notturna di qualche trombettista jazz.  Anche se, terminato l’incanto di un concerto registrato a tarda sera in qualche metropoli, urge sedersi nuovamente a quel lavoro venduto come intelligente, in realtà fonte di nevrosi, isolamento e tutte le conseguenze del caso.

[dalla cartella “Diario del 2021“; riferimento a Live from the Moonlight del Chet Baker Trio (1985)]

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

L’autostrada vuota

L’autostrada vuota 

Poche ore fa, al concerto a Padova. Il batterista del primo gruppo fa passaggi così veloci che neanche si vedono le bacchette. Quello del secondo gruppo invece, esegue diverse parti stoner. A questo punto ti chiedi: “Siamo davvero nel 2021? O piuttosto cinquant’anni fa?” Ti interroghi un po’, ma nel frattempo un’ombra ti sfiora sulla schiena. Subito dopo, un’unghia ti bussa al fianco destro. “Eh? Ma chi è?”, ti chiedi girandoti, ma il buio avvolge la sagoma misteriosa, che un attimo dopo è già scomparsa. In realtà sei andato al concerto solo per sentire il basso. Per sentirlo scandire il ritmo del tuo cuore. E invece hai sentito molto di più! Mentre orecchini antichi si fanno soli, che presto vengono inghiottiti da un buco nero. I volti vecchi di milioni di anni di alcune stelle. Sulla destra del palco, un chitarrista giovane e talentuoso trova la sua strada, proprio nel 2021, proprio in Italia. Ricordo di notti dell’adolescenza, notti gelide e musica fino a tardi. La cantante è statuaria e porta una abito nero, come i suoi capelli. Degna di essere raffigurata nell’antico Egitto. Durante le lunghe parti strumentali, agita la testa a destra e a sinistra, e i capelli le coprono il volto ondeggiando. Ovunque ti guardi intorno, vedi corpi e volti di persone che assomigliano tantissimo a gente che conosci. E chi è quel ragazzo in pantaloncini e maglietta, che muove su e giù la testa al ritmo della batteria? Ti verrebbe quasi voglia di chiedergli chi è, dove abita, che vita faccia mai. Nel frattempo, due culi ubriachi, che gradiscono molto la musica, battono continuamente al vostro tavolo. Sono un culo maschile, bello grosso, e un altro femminile, di dimensioni più ridotte. Un bravo ragazzo di 27 anni, con gli occhi luminosi, i ricci scuri e una maglietta metal, è come rapito dal concerto. In certi momenti se ne sta immobile ad ascoltare, con la testa verso l’alto e gli occhi e la bocca spalancati, in altri frangenti muove anche lui la testa su e giù. “Se la situazione tiene, il nuovo album dovrebbe uscire quest’anno, altrimenti a inizio 2022”, vi dice questo ragazzo, che ha finito di lavorare alle nove e per arrivare in tempo al concerto si è fatto anche una corsa in auto.

Al ritorno vi ascoltate tutto un album dal sound violentissimo. Kiss Of Death, Night Of Violence, Make ‘em Bleed, Hunt You Down, così si chiamano alcune canzoni. Intanto percorrete un nuovo tratto di autostrada. Che è deserto. Non incrociate un auto che sia una. Superate solo qualche vecchio camion. E all’improvviso quell’odore acre, come di plastica o gomma bruciata. Nel cervello fa subito capolino un sospetto. Un sospetto cui non manca molto per diventare certezza.

[Sabato 17 luglio 2021 h 2:55 AM – senza ascoltare nulla – riferimento a Futurist di Alec Empire (2005); dalla cartella “Diario del 2021” – work in progress]

DiAlessandro Corrado Baila

Fortuna che sto meglio di te!

Fortuna che sto meglio di te!

Estate, notte fonda, sono le due, o forse anche le tre. Fa caldo anche a quest’ora. Dalla strada filtra il rumore di qualche auto di passaggio e il miagolio di qualche gatto. Un uomo che vive da solo in un miniappartamento si sveglia. Forse ha sognato qualcosa, forse in sogno gli ha parlato la voce di qualche persona amata, ma non si ricorda. Si gira sul fianco destro, poi su quello sinistro, tentando di riaddormentarsi, ma gli occhi gli rimangono sempre aperti e si riempiono di buio come di un liquido nero. “Basta, io mi alzo, torno a letto dopo”, si dice l’uomo, perché in quel momento si sente sveglio come se avesse dormito sodo otto o anche nove ore. Si alza e per prima cosa va un paio di minuti sotto l’acqua fredda della doccia, poi si infila un paio di pantaloncini corti e maglietta, entrambi neri. Subito dopo, dal frigo tira fuori una bottiglia di succo di frutta industriale per rinfrescarsi un po’ bocca e gola, fa un paio di sorsi e infine inspira ed espira profondamente, prima piegando le braccia all’indietro, poi tendendole in avanti. Segue una sigaretta corretta con una spruzzatina d’erba OGM. Il nottambulo se ne torna in bagno e si guarda ad uno specchio decorato, che gli è stato regalato da un amico che ha ristrutturato un vecchio bar. “Dewar’s Finest Scotch Whisky”, c’è scritto sullo specchio, “Distillers, Perth, Scotland”. L’uomo si passa prima la mano sulla barba da fare sul mento e sul collo, poi diverse volte sui capelli bianchi, avanti e indietro. Spalanca gli occhi, avvicina lo sguardo allo specchio, sospira e poi a mezza voce dice “E così oggi sarebbero proprio 60, eh?”. “Ma sono contento, e sai perché?”, continua, parlando alla sua immagine allo specchio, “Sono contento perché sto meglio di te, molto meglio.” Un attimo dopo, l’immagine allo specchio scoppia in una risata crassa, che mostra per bene il palato e tutti i denti fino ai molari, e poi risponde con rabbia: “Tu non sai niente, non hai mai saputo niente di niente! Ti ho visto danzare allegro nel fuoco, sotto una luna color cremisi, l’oceano mormorava sulla spiaggia e faceva eco a rovine disabitate. Ormai dal cuore ti sgorga solo una luce fioca, mentre la tua ombra inghiotte tutto al tuo passaggio e rende gelida tenebra anche il mattino più radioso! Punisci tutti a ogni tua parola, sei un flagello che martoria l’anima e la carne, perché da quando eri giovane hai sempre peccato ogni giorno senza vergogna: non hai mai voluto essere felice! Che tu sia infelice per l’eternità!”

“Ok, ok, va bene, ho capito, dai, per oggi basta così, è anche il mio compleanno, ciao, a domani mattina”, risponde allo specchio il neosessantenne, che poi barcollando si avvia verso la camera da letto. Un attimo prima di addormentarsi, si chiede se poche ore dopo si sveglierà e rivedrà il giorno, ma la cosa non lo turba più di tanto.

 

[Dalla cartella “Diario del 2021” (venerdì 18 giugno) – riferimento al testo di Better Than You e di You Know Nothing dei Swans (1991); forse ispirato anche alla copertina del primo album dei King Crimson e a Mirror Mirror dei Candlemass (1988)]

DiAlessandro Corrado Baila

Lost in time

Lost in time 

Domenica 25 aprile 2021 h 18:48 – ascoltando prima Blood On My Hands e My Last Sunrise dei Demons And Wizards (1999) e poi A Blessing Of Tears di Robert Fripp (1995)

Persi nel tempo siamo, dispersi.

Corriamo, ansimiamo verso il futuro, a rotta di collo. Corriamo verso una nebbia grigia, che si allontana a ogni nostro passo.

Dietro di noi si allontana anche il passato, il mondo di prima.

Terra di nessuno.

Ecco il nostro brave new world. Anni recenti sono già storia vecchia. Libri impolverati.

Camminiamo per campi riarsi, pieni di stoppie, con i raggi del sole che ci tagliano sulle schiena e sulle spalle. Su quei campi bruciano giorno e notte cadaveri, che rischiarano il buio di una luce sinistra. Le nostri notti, simili a sfere metalliche, enormi e vuote. Bruciano le certezze effimere del passato.

Iris sfioriscono chinando il capo. I petali si fanno nerastri.

Battono campane stanche e scrostate, mentre chiese sono piene di sonnambuli che vagano di qua e di là. Navate invase di nuvole di mosche, che ronzano e roteano continuamente gli occhi rossi. Il legno delle panche imputridisce e cade a pezzi a terra, sul pavimento coperto di polvere e cellule morte.

Bambini dagli occhi spalancati si guardano intorno e fissano il mondo in cui cresceranno. Poi guardano dritto negli occhi dei grandi, a cercare risposte nelle loro pupille, ma gli adulti tacciono, abbassano la testa e non vogliono raccontare.

(dalla cartella “Diario del 2021“, work in progress)

DiAlessandro Corrado Baila

Il cappello di pelle nera

Il cappello di pelle nera 

Domenica 7 marzo 2021 h 16:22

Si può sapere che ti è successo ieri sera verso le sette? L’ultimo tratto di strada verso casa lo hai fatto in bici, con in testa un vero e proprio frullato di canzoni rabbiose da ascoltare subito, appena varcata la porta. Subito ti sei ascoltato Final Product dei Nevermore, 2005, con tutta quella doppia cassa e doppio pedale. Con quel refrain brevissimo, e We live in a time of revolution, una delle ultime frasi del testo. Subito dopo Born, sempre dei Nevermore, del 2005 anche quello, e infine Light-Years dei Queensryche, questa canzone metal del 2019 che da giorni ascolti almeno dieci volte al dì.

E che passaggi repentini ti fai in fatto di musica! Subito dopo aver saziato la tua voglia di pezzi metal rabbiosi, hai messo su Wunderbar di Wolfgang Riechmann, album del 1978. Musica bianca, azzurra e blu. Quella musica, quei colori, che ti ricordano tanto le poesie di Georg Trakl. Ascoltando l’attacco di Wunderbar, hai cominciato a chiederti cos’è rimasto di ieri, sabato, in compagnia prima a pranzo e poi in un locale allegro, economico e frequentato da tanti giovanissimi.

Wunderbar lo stai riascoltando anche adesso. Siamo ancora alla prima traccia, la title track.

Vi è passato veloce il tempo in quel locale birreria, anche perché siete arrivati verso le quattro e mezza e già prima delle sei il titolare sarebbe passato per tutti i tavoli a dire di andare via. Si e no un’ora e mezza dunque, ma tempo più che sufficiente a conoscere un po’ Valeria, una ragazza sui 35 anni, forse anche qualcosa di meno, vagamente punk, ma con stile. L’hai conosciuta tramite l’amico che ti ha portato in macchina fino al punto di ritrovo.

Adesso risuona Abendlicht.

Valeria è una ragazza alta, snella, e ieri in testa portava un capello di pelle nera, tirato un po’ all’indietro, con attaccata una spilla. Capelli scuri, un po’ mossi. Occhi castani, carnagione chiara. Indossava una giacchetta nera e pantaloni verde oliva, strappati sulle cosce e sulle ginocchia, con cucito sopra l’Union Jack. Ai piedi un paio di Converse All Star bianche e basse. Sulle spalle una sorta di collare di pelliccia color giallo paglierino. Parla molto la ragazza, è loquace, e tra un sorso di spritz bianco e l’altro continua a dire “Bombardieri su Beirut!”, come anche una sua amica, che le siede alla destra. Conversa molto anche con Sabina, una ragazza dai lunghi capelli biondi e lisci, quinto elemento della vostra combriccola di ieri pomeriggio. “Ti vedrei bene a qualche concerto punk a Berlino-Kreuzberg, alla fine degli anni ’80, magari”, dici a Valeria. Lei sembra prenderla bene.

È arrivato il turno di Weltweit.

Conversate tutti e cinque, dunque, e da quello che dice si capisce che Valeria adora ascoltare i CCCP, come anche gli Afterhours, o meglio “Gli After”, come li chiama lei. Con un po’ di sorpresa, capisci che la ragazza ha una figlia. Sennonché arrivano rapide le sei meno cinque e con esse l’ora di smammare, anche se c’è ancora tanta luce. Vi alzate e non puoi far a meno di notare che seduta c’è ancora una compagnia che spera di tracannare una caraffa di birra in quattro minuti. “Bombardieri su Beirut!”, continua la ragazza al momento di alzarsi.

Quarta traccia, si chiama Silberland.

Neanche un minuto dopo, vi ritrovate a chiacchierare fuori dal locale, tu, il tuo amico e Valeria. Lei insiste per andare a bere qualcosa a casa sua, ma dovete aspettare un’altra ragazza. Che si farà attendere un po’. Continuate a conversare allora, e Valeria dice che “Fa proprio schifo vivere così”. Poi vi parla di un suo amico che vive in Messico, e che da un anno è chiuso in casa. Vi interrogate su quando potrebbe tornare un po’ il mondo di prima, sì, per esempio i viaggi o i concerti dal vivo. O tutte e due le cose insieme. “Fino a tre anni fa ero una sbarbatella in fatto di musica”, continua la giovane, che poi però parla anche dell’amico che l’ha introdotta alla musica seria. “La musica di oggi fa quasi tutta schifo, basta che pensi a quello che ascoltano i ragazzi di vent’anni”, aggiunge, anche se il tuo amico non è tanto d’accordo. Con quella musica di oggi che fa tutta schifo, Valeria forse intende anche l’elettronica di cui vai pazzo tu.

Dopo Silberland arriva Himmelblau.

Come anche la settimana prima, nel frattempo sulla strada davanti al locale sfila intenso il traffico delle sei di pomeriggio e qualcosa. Una sfilata di SUV e auto di lusso che corrono. Ma che corrono verso chi o che cosa? “Ma che lavoro fa questa gente?”, vi chiedete, mentre ruotate la testa ora a destra, ora a sinistra. Finalmente, verso le sette, arriva anche l’amica che stavate aspettando. Il traffico si è già molto diradato. Si va tutti a casa di Valeria.

Oh, siamo già alla brevissima Traumzeit, il pezzo che chiude il disco di Riechmann.

Si va tutti a casa di Valeria? Forse no, perché almeno tu chiedi al tuo amico che guida di riportarti alla bici. Vi salutate con un sonoro “Ci sentiamo!” pieno di speranza – da lunedì ci rinchiudono di nuovo tutti in casa, avete sentito tante e tante volte anche ieri. Appena inizi a pedalare, cominci a macinare quella domanda: Cosa rimarrà di oggi? Appena varcata la porta di casa, la risposta non tarda ad arrivare. È buio ormai, e soffia un vento che è come una scopa che spazza via tutto. Forse è per questo che oggi hai dovuto ritrarre Valeria. Certo dopo una lunga digestione notturna.

È finita anche Traumzeit. Non è un caso che anche oggi tu ti sia ascoltato tutto questo disco di musica fatta come di marmo azzurro. Traumzeit, ovvero tempo di sognare. Chiusi in casa. Ci sentiamo alla prossima, gente.

[inedito; dalla cartella “Diario del 2021”, inserito anche nella raccolta “Ritratti” (forse il lavoro di una vita)]

DiAlessandro Corrado Baila

Hot black isolation

Hot black isolation

Avevi appena compiuto diciannove anni, primi mesi di università. Un lunedì mattina prestissimo di dicembre, freddissimo. Ti alzi, ti lavi, poi ti vesti in fretta e vai in cucina a fare un po’ di colazione, ascoltando qualche notizia alla TV. Poi una corsa in bici verso la stazione, quando sembra ancora notte, a prendere il treno delle sei e mezza. Premendo forte sui pedali senti di sfuggita il fischio di qualche merlo e il miagolio di un gatto che cammina sul marciapiede. All’arrivo, in un attimo leghi la bici e poi vai a farti l’abbonamento nuovo. Sei un po’ in ritardo e facendo la fila pesti i piedi per terra. Infine un’altra corsa verso il convoglio, che parte neanche un minuto dopo che ci sei salito. Salvo qualche ritardo, anche stamattina alle otto e mezza sarai a lezione. La tua città è la stazione di partenza e sul treno c’è ancora poca gente. Poco distante da te, due studenti chiacchierano e si raccontano un po’ il loro weekend, mentre da qualche altra parte si sente suonare un cellulare. Stai per tirare fuori gli ultimi appunti, ma ecco che qualcuno ti saluta. “Ciao! Anche oggi su questo treno?”, ti dice Silvia, una ragazza che studia giapponese, e che dovrebbe avere uno o due anni più di te. Silvia non la conosci benissimo, ma vi siete incontrati già altre volte nella stessa circostanza. La ragazza è sul metro e 60 e porta i capelli biondi raccolti. È sempre vestita di scuro, un po’ da metallara, con gli stivali e la felpa dei Metallica o degli Opeth. Certe volte per cambiare anche dei Kraftwerk. Silvia si siede anche lei, un po’ vi parlate, ma siete appena alla prima stazione appena dopo la partenza. Poi lei tira fuori il suo lettore CD portatile futuristico per l’epoca e ci infila dentro un compact che non avevi mai visto. Tenti di concentrarti sugli appunti e su qualche schema, ma quello che senti non è uno dei soliti ascolti di Silvia. Non senti nè chitarra distorta nè batteria che pesta. Spazientito, alla seconda stazione dopo la vostra città le fai un cenno e le chiedi “Di chi è questo album?”. “Non è un album”, ti risponde lei dopo essersi tolta le cuffie, “è un EP di quest’anno, con la ex moglie di Phil Anselmo alla voce e alla chitarra. Dai, lo ascoltiamo insieme, cosa vuoi metterti a studiare a quest’ora?”. Ed ecco che parte il viaggio musicale.

Da qualche parte in Louisiana, forse non lontano dal confine con il Texas. Non lontano si fa per dire, perchè qui le distanze sono enormi. Autostrade vuote. La notte è come una cupola nerissima che occupa tutto il cielo. Buio pesto, Luna nuova e neanche una stella. E fa caldissimo. Non tira un filo d’aria da almeno due mesi. Sì e no a trenta miglia dalla città più vicina, in un punto sperduto si vedono delle luci. Una casa isolata, in legno, con fuori parcheggiati due pick-up e due vecchie Cadillac, appena visibili. Dev’essere anche questa la Louisiana della canzone dei Litfiba. Un po’ di luce esce solo da due piccole finestre ricavate tra le assi che cingono l’abitazione. Avvicinarsi. Si sente musica venire come da sotto. Nel piano interrato c’è uno studio di registrazione privato. Phil Anselmo è seduto a un tavolo scuro, di legno massiccio, e beve a gran sorsate un bicchierone di distillato clandestino, di quello che ti spacca la gola se non sei abituato. Vicino al bicchiere c’è una scatola di grossi sigari, come anche una bottiglia mezza vuota di whisky di puro malto. Poco distante da Phil invece, è seduta la sua ex moglie Stephanie, circondata dagli altri membri dei Southern Isolation. La cantante hai i capelli biondi, ma gli occhi scuri, e sul braccio destro porta un tatuaggio nero. Rossetto scuro. Nere ha anche le unghie, lunghe appena un paio di millimetri oltre i polpastrelli. È vestita di scuro. Atmosfera cupa. Le luci sono basse, c’è fumo, e la donna sta facendo l’ennesima prova di registrazione dell’EP che porta lo stesso nome della band. Stephanie quasi si spacca le mani sulla chitarra acustica, e intanto canta di nuovo il testo di Bluebird, la prima traccia del disco, il biglietto da visita del gruppo. Che deve essere perfetto. Ore e ore prima, tutta la band insieme ha deciso che quella sarà l’ultima notte in cui si registra. O la va o la spacca. Allora prova e riprova la cantante, suona, si interrompe, impreca. Stephanie ha la fronte sudata, le mani le fanno male, ma gli altri musicisti la incoraggiano.

“Take the moths off and breathe them in your mouth/ Dress you up in violet clothes, just take you to the sun/ And hide you from the rain, take you to the trees and all your dreams./ Lost you somewhere in the sky…. /”, dice la prima strofa.  “Gonna make you shine, so beautiful tonight/ Gonna make you shine, so bright tonight”, questo invece il testo del refrain.

“Dai, fatti due minuti di pausa e beviti un goccio anche tu”, le dice l’ex marito, ma lei rifiuta, è come in una fase ascetica. Nel frattempo sono passate ore. “Ma cos’è questo rumore che viene da fuori?”, chiede Stephanie. “Piove! Piove!”, le rispondono uno dopo l’altro gli altri membri della band. Gli occhi della cantante si illuminano. Parte un’altra prova, e adesso alla moglie di Phil le mani non fanno quasi più male. La voce le esce naturale come non mai, mentre il testo va perfettamente a ritmo con la musica. Dalla tastiera colano gocce di rugiada. “Yay!”, esclama Stephanie una volta finita la registrazione, “We made it!”, e subito dopo si alza trionfante, con le braccia tese verso il soffitto. Da fuori viene rumore di tuoni e di un acquazzone. I cinque i musicisti salgono rapidamente al piano terra e poi si buttano sotto la pioggia fittissima. Saltano, ballano, incuranti dei fulmini che potrebbero beccarsi in testa. “Southern people we are!”, cantano tutti, quasi in coro, sotto il temporale.

[2021; inedito; riferimento all’EP omonimo dei Southern Isolation (2001)]

DiAlessandro Corrado Baila

Ognissanti

Ognissanti

Il crepuscolo del giorno di Ognissanti è stato un occhio, il sole rosso e freddo il suo iride. A est il vento preparava il temporale e le nuvole coprivano la metà esatta del cielo, neanche ci fosse passato in mezzo un coltello. Lungo un viale alberato del centro storico, sotto vecchie case dalle mura affrescate, sono passate una tromba e una fisarmonica a caccia di elemosine. Hanno camminato sul prato rosso del sintetizzatore che stava ascoltando uno degli inquilini di quelle vecchie case. Dai balconi è saltato dentro gli appartamenti il ricordo di quando in centro passava ancora la banda, di quando manine ancora troppo morbide per schioccare hanno applaudito per la prima volta, senza capire bene cosa fosse quella cosa così bella che si sentiva nell’aria. Dall’ultimo piano invece è scesa in strada una pioggia di monetine e subito dopo un’infinità di grazie ha fatto il percorso inverso. Ascoltare i musicanti senza vederli ha fatto dimenticare la ferocia dei loro sfruttatori.

Poi è cominciata la pioggia, l’occhio si è bagnato e la tromba e la fisarmonica sono svanite dietro l’angolo, lungo la discesa che porta in piazza. La gattina rossa che da un balcone miagolava giù verso i musicanti è balzata in salotto per non beccarsi una zaffata d’acqua. Le imposte si sono chiuse tutte insieme.

Adesso è buio e l’occhio si è chiuso, è calato il sipario sul giorno. Lo spettacolo è finito. Anzi no, lo spettacolo continua dentro, dietro palpebre da cui pendono lunghe ciglia.

[2013; dalla raccolta di racconti brevi “Una domenica di tanti anni fa” (2016); scritto ascoltando Equinoxe di Jean-Michel Jarre (1978)]

DiAlessandro Corrado Baila

“Voglio svegliare il mondo”

“Voglio svegliare il mondo”

“Ciao! Sono ancora cotto da ieri, Oggi ho praticamente dormito tutto il giorno”, ti dice un lunedì sera per messaggio il tuo nuovo amico Marco. Di Marco sentivi parlare da anni e anni, ma solo il giorno prima finalmente vi siete conosciuti. Vi siete conosciuti in montagna, ad un fiera della letteratura e delle arti visive, organizzata dalla responsabile di un’associazione culturale, che è letteralmente un vulcano di idee ed eventi.

Marco ha appena compiuto quarant’anni, è sul metro e 80, indossa scarpe, pantaloni e maglietta, tutti neri. Neri ha anche i capelli, un po’ lunghi, fin sotto le orecchie e la nuca. Solo qualche capello grigio. Occhi scuri, naso pronunciato, labbra spesse, viso dal colorito acceso. Il tuo nuovo amico combina la lettura di poesie con la performance. Tutt’altro che serafiche, le sue poesie parlano al pubblico e del pubblico, della nostra indignazione sterile o del nostro comodo guardare dall’altra parte. Leggi tutto

Questo sito utilizza cookies tecnici necessari per il suo funzionamento, per fornire funzionalità dei social media e per analizzare il traffico. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi