Il grande bestemmiatore
Riaprii le finestre dopo tre mesi di assenza da quella maledetta stradina residenziale. Come una disgrazia improvvisa che ti si para davanti quando meno te l’aspetti, alla finestra di fronte mi apparve una pensionata baby di mia conoscenza. Vedendola feci per allontanarmi dalla finestra, ma era troppo tardi. Mi aveva visto e anche salutato. La pensionata baby aprì il vetro e lo aprii anch’io, ma con l’orecchio sinistro cercavo la salvezza nella musica chill out che avevo appena messo su. “Oh, ma sei già tornato? Hai fatto presto!”, mi disse con voce stridula la signora, che all’epoca avrà avuto circa settant’anni, di cui trenta di pensione. Dalla finestra della pensionata baby uscirono anche le lamentele del marito in un dialetto marcio. La bistecca era dura e la carne rossa fa schifo col vino bianco.
Guardando in alto mi tornò in mente che fino a pochi anni prima al piano superiore aveva abitato la suocera. Con il pugno destro alzato il marito della pensionata baby aveva fatto salire per anni e anni insulti e maledizioni dal giardino al terrazzo, dove la suocera si sedeva spesso in compagnia della badante russa, anche d’inverno. Le parole del genero atterravano sul balcone come tante cartacce dopo aver scavalcato le sbarre in ferro battuto, ma ogni volta la suocera le rispediva al mittente. Seduta su una vecchia sedia a dondolo, le ricalciava giù con stizza sull’erba rinsecchita, come ad intimare al genero di riprendersi immediatamente la sua robaccia. Finché marito e moglie non erano riusciti a piazzarla in un ospizio dall’altra parte della città dopo anni di strenue battaglie in dialetto stretto. La suocera era stata prelevata la mattina del suo novantaquattresimo compleanno e una volta in ospizio si era lasciata morire di inedia. “Ce l’avete fatta a farmi morire, eh, maledetti!”, erano state le sue ultime parole.
Ora il marito era libero. Libero di godersi finalmente la sua pensione d’oro, anche se pure lui era un pensionato baby. “C’era troppo personale e allora mi hanno mandato in pensione a me e tanti altri. Cosa vuoi, piuttosto di andare al lavoro per non far niente è meglio stare a casa e fare quello che ti piace”, aveva spiegato tante volte in dialetto a chi lo vedeva sempre in giro a divertirsi. Dunque ora era libero, soprattutto di bestemmiare a volontà. Perché era un grande bestemmiatore. D’estate, quando la moglie teneva aperte le finestre, lo si sentiva sfogare tutto il suo estro creativo nell’insultare il Signore. A ora di pranzo e di cena raggiungeva il massimo dell’originalità grazie alla pancia strapiena. Come bestemmiatore dialettale aveva forse sessant’anni di esperienza e tutta la stoffa del campione di quartiere. E dire che di concorrenti ce n’erano, ce n’erano eccome lì vicino. Bastava andare nei tanti baracci frequentati dai giocatori d’azzardo, o nell’unica osteria rimasta in zona. Oppure nelle piccole aziende poco distanti. A confronto dell’ex ferroviere però non si trattava in fondo che di quattro miseri dilettanti alle prime armi. Il grande bestemmiatore li avrebbe subito spazzati via come uno tsunami, tanto fetida era la sua parlata.
“Oh, ma sei già tornato? Hai fatto presto!”, mi disse dunque la pensionata baby. “No, non sono tornato, è solo un’illusione ottica, una banale illusione ottica”, risposi quasi urlando, per sovrastare il brontolio infarcito di bestemmie del marito. Subito dopo chiusi la finestra, tirai la grossa tenda e lasciai la pensionata baby in un cerchio bianco di ottuso stupore, che aveva come centro la sua bocca.
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