Archivio per Categoria Racconti

DiAlessandro Corrado Baila

Panic Jazz Club

Panic Jazz Club 

Domenica 20 novembre 2022 h 13:46 – dopo aver ascoltato le Variazioni di Goldberg di J. S. Bach

Stanotte c’è stato vento. Tanto. E forte. Soffiava da tutte le parti. Sono arrivate notizie. Mah, speriamo che non fossero tutte false dalla prima all’ultima parola. Accontentiamoci di un 10, o magari anche un 20% di mezze verità. Che ultimamente è già tanto. Notizie che hanno sconvolto l’intero scenario. Scusa, come dici? Lo scenario? Dunque viviamo tutti una vita fasulla, come in un film? O in una serie TV, per essere più al passo coi tempi? Forse sì, e lo spettacolo potrebbe finire vedendoci sublimare dallo stato solido a quello gassoso, senza neanche un minuto per dire a qualcuno quanto ci siamo amati.

Stanotte sei stato in giro. Le luci dei lampioni lungo le strade, e quelle dei centri storici delle piccole città della tua zona. Il rumore del vento che batteva prima sui vetri dell’auto e poi sulla giacca, mentre frammenti di senso si staccavano e andavano persi nel turbinio dell’aria. Anche convinzioni incrollabili, valori ancorati nel profondo fino a un attimo prima. Così da lasciarsi dietro resti mutilati e all’improvviso inutili ad alcunché. Per qualcuno poi, il centro della vita si è spostato in avanti o all’indietro, a destra oppure a sinistra, come in una deriva imprevedibile.

Stanotte siete stati in un jazz club. Al chiuso, certo, ma quel ventaccio tirava anche là dentro, tant’è che il pubblico era tutto imbacuccato in giacca, guanti e berretto di lana, e avete bevuto tè caldo o tisane per non congelare.  Davvero pochi affari per il bar del club. Da parte loro, anche i musicisti hanno dovuto coprirsi il più possibile, fino a sembrare tutti obesi patologici. Le note del concerto si spargevano e svolazzavano dovunque, tant’è che ognuno deve aver sentito una performance radicalmente diversa. Anche perché, quando il vento era al massimo, è stato tutto una cacofonia di basso, batteria, tromba e sassofono, completamente fuori tempo. Verso la fine dell’evento poi, sarebbe dovuta arrivare una cantante di fama internazionale, ma presto tutti hanno capito che se ne sarebbe rimasta a cuccia, viste la malaparata e la confusione mentale di cui deve essere caduta vittima anche lei.

Al momento di uscire dal locale, il vento non ha schiaffeggiato solo voi, ma anche le stelle, le ha spostate a caso di qua e di là. Sirio è finita sulla Spada di Orione, mentre la sua gemella ha fatto un grande balzo in mezzo al Cigno. L’Orsa Maggiore si è confusa con quella Minore, come al momento di mischiare la pasta con il sugo e il formaggio. Mira ha preso a cambiare magnitudo ogni cinque secondi e se n’è involata di fianco alla Lira, dopo essere diventata più grande della Luna. Che invece si è allontanata e fatta sempre più piccola, fino a sparire in qualche altro sistema solare. I pianeti, che avrebbero dovuto essere in Scorpione, se ne sono andati a spasso tutti per conto proprio, alcuni a oscurare le Pleiadi, altri bassissimi sull’orizzonte, mentre la Stella Polare – l’unico e ultimo riferimento che speravate sarebbe rimasto – se ne deve essere migrata nel cielo del Sud.

[frammento tratto dalla cartella “Diario del 2022” (work in progress)]

Ecco come forse avrebbe suonato la musica dentro il club, senza quel ventaccio freddissimo…

DiAlessandro Corrado Baila

Sistema binario

Sistema binario 

Ultimamente ho proprio scelto di starmene in silenzio. In un Silenzio con la S maiuscola. Nonostante tutto quel che è successo negli ultimi due anni, lo stesso ho incontrato spesso gente, ho bevuto tante volte un buon bicchiere in compagnia e ce la siamo raccontata. Ho lavorato. E non mi sono mai ammalato, neanche un raffreddore o un mal di gola. La paura me la sono cavata subito, con un solo tampone negativo al primo colpo, poi più niente. Ho avuto una fortuna sfacciata. A chi o cosa dovrò mai dire grazie per il resto dei miei giorni?

C’è una persona – che forse sta leggendo – una persona con cui non ho mai ascoltato niente di niente ogni volta che è venuta a trovarmi a casa. E dire che a trovarmi è venuta tante e tante volte, anche dal marzo 2020 in poi. Parliamo delle nostre vite, parliamo di lavoro, di come la vediamo oggi nel nostro Paese, ma anche delle cose più grandi – e inquietanti – che accadono già da mesi. Potremmo ascoltare qualsiasi cosa, ma per qualche motivo la scelta è comune. Senza bisogno di dirsi nulla. Va così e basta. E dire che per questa persona la musica è un valore secondo forse solo all’amicizia, mentre per me forse rappresenta una sfera intima che non va toccata.

Non so più in cosa credere, per cosa o contro cosa lottare, chi ascoltare e invece a chi dire “Ok, ok, ho sentito, ciao, io vado!”. Per questo ho scelto il silenzio. Un silenzio morbido e bianco, anche quando è buio. La mattina appena alzato non ascolto più niente, ora mentre scrivo invece solo il battere delle dita sui tasti. Mi accontento dello schioccare della legna secca nella stufa, dei rumori che vengono dalla strada o delle voci che escono dalle case dei vicini. O di quel che si dicono i passanti. Comincio a capire perché certi interpreti di musica di compositori si ritirano nel silenzio, dopo aver raggiunto livelli musicalmente inarrivabili.

Tutta la musica che ascolto da anni con il PC, con il telefono o in chiavetta, o ancora prima con i CD, altro non è fatta che di sequenze interminabili di 1 e 0. Tante volte, perdermi e lasciarmi rapire da un ascolto non ha voluto dire altro che impigliarmi continuamente nell’oceano bianco e afono del sistema binario. Per non parlare degli LP più recenti, che, a quanto mi hanno detto persone esperte, sono anch’essi incisi spesso a partire da musica digitale, dove qualche volta lo stesso rumore della puntina che percorre il microsolco è inserito ad arte. Qualche volta però, è anche il caso di fare un po’ di autocritica: perché anche tutto quel che al computer sto battendo ora e batto da oltre vent’anni, ogni pagina, ogni frase, ogni parola, ogni lettera, le stesse virgole o i punti fermi, tutto questo altro non è che di nuovo quel sistema binario, cui anch’io ho delegato la quasi totalità delle mie relazioni sociali. Forse per questo, qualche volta anziché scrivere al PC preferisco sempre più spesso coltivare a penna il mio diario cartaceo, soprattutto con il favore delle ore di buio e del loro silenzio ovattato, ancora prima che inizino a fischiare i merli o si sentano le prime auto di passaggio.

A long time is coming”, dicono le ultime parole del testo di un certo album uscito nel 2019, dopo che la band aveva osservato tredici anni di… silenzio. Che vorranno mai dire quelle parole? Nel frattempo, già da anni non ho più lo stomaco abbastanza forte da leggere giornali o ascoltare notizie. Sono più contento quando posso lavorare offline, oppure quando spengo la connessione dati del cellulare.

Anziché scrivere, riflettere e pensare ascoltando anche solo musica ambient, o comunque senza suono di percussioni, voglio imparare a non pensare a nulla e a svuotare la mente dal desiderio – e quindi dall’infelicità. Desiderare solo quello che ho. Anziché dirmi e ridirmi che mi manca una certa cosa, più mille altre, che arrivano presto a ruota. Ce la farò? A tutti voi auguro di imparare presto a fare così.

[dalla cartella “Diario del 2022” (work in progress) – riferimento a Fear Inoculum dei Tool (2019)]

DiAlessandro Corrado Baila

Necrologio sarcastico

Necrologio sarcastico 

Un pomeriggio di un giorno lavorativo qualunque, uno scrittore quarantenne fallito esce da una pasticceria di periferia di una cittadina insignificante. In pasticceria, questa sottospecie di animale letterario ha appena bevuto un caffè forte e dall’ottimo aroma, nella speranza che in testa gli si accenda finalmente l’idea di partenza di un romanzo vero. Non è certo la prima volta che il personaggio fa questo tentativo. Sul metro e 80, con la pelata, i capelli in disordine e i baffi a manubrio, questo scrittore fallito ha spesso la barba rasata male, anche perché le lamette le usa e le riusa proprio finché sembra che la barba gliel’abbia fatta il Dr. Jekyll. Quarant’anni ha il personaggio, ma si direbbe anche quasi cinquanta, visto che, oltre alla pelata, in testa ha già un bel po’ di capelli grigi, e ha anche il volto provato dalle notti insonni per i morsi della fame.

Il fallito attraversa la strada sulle strisce, ma senza prima guardare a destra e a sinistra, sbadato e con la testa fra le nuvole com’è sempre stato. Fa appena in tempo a sentire lo stridio fortissimo dei freni di un SUV, poi sente un colpo terribile al fianco sinistro, cade e batte la testa sull’asfalto. Un attimo dopo, un’altra auto di grossa cilindrata che viaggia in senso opposto lo stira meglio di un ferro AEG. Lo scrittore quarantenne fallito muore sul colpo, ma con un ottimo caffè ancora in pancia. Certo questo ex essere umano tutto dedito al disutile ha attraversato su strisce pedonali ben evidenti e dipinte a nuovo, ma sfortunatamente non avrà modo di far valere le sue ragioni in tribunale.

Chissà a cosa stava pensando il personaggio appena prima di essere investito, forse non ha guardato a destra e a sinistra prima di attraversare perché proprio in quell’istante gli era venuta l’idea che poteva cambiargli la vita. Pazienza. È morto un altro scrittore fallito. Ne danno il triste annuncio un computer vecchio, inconsolabile e pieno di musica matta, una scrivania di truciolato regalata, un guazzabuglio di aborti letterari scritti a penna e un po’ di bollette non pagate sul tavolinetto della zona cucina-soggiorno del suo monolocale in affitto. Nel caso qualcuno dei pochi parenti ancora vivi sia disponibile a saldare gli affitti arretrati e soprattutto ad accollarsi le spese del funerale, la cerimonia si terrà in luogo e data da destinarsi. Una buona notizia è però che quasi sicuramente non sarà necessario organizzare alcuna funzione religiosa, e questo per rispetto per le convinzioni anticlericali del defunto ancora fresco, che già da adolescente sbandierava a gran voce anche a scuola tutto il suo odio per qualsiasi pesantissima sovrastruttura di potere ecclesiastico. Un aspetto acuitosi sempre più negli anni, soprattutto negli ultimi, merito forse anche della fame, inframezzata a colazioni di pane secco e caffè nero, o ad altri pasti ricchi di molecole di ossigeno e idrogeno insieme.

Antefatto (composto post mortem da un anonimo)

Bisogna dire però che, prima di uscire per un caffè in pasticceria, lo scrittore quarantenne fallito si era alzato nel primo pomeriggio, e dopo essersi lavato e vestito si era subito seduto alla scrivania con carta e penna, senza prima bere nulla. Sperava il quarantenne fallito che finalmente in quel momento in cui era ancora mezzo addormentato – e, come era solito dirsi, ancora in contatto con il mondo delle Idee platoniche – sperava, dicevamo, che dalla mente ancora libera gli sarebbe sgorgata tutta in un getto la trama di un romanzo, che, come si conviene, lo avrebbe reso inviso ai critici bacchettoni e irresistibile alle donne colte. Tuttavia, da anni in quei momenti dalla mente dello scrittore fallito non sgorgavano altro che brevi spunti per poesie serafiche e piene di vecchi clichés romantici, e questo neanche ogni giorno. Nello specifico invece, quel pomeriggio, dopo che si era appena alzato, lo scrittore aveva prima sentito parte del battibecco tra una madre anziana e un figlio quasi cinquantenne, che da anni si diceva stufo e arcistufo di vivere ancora con i genitori. Subito dopo, sempre involontariamente, il quarantenne fallito si era anche dovuto sorbire a lungo l’abbaiare isterico e sfibrante di due cani addosso a un camioncino, che in quella e altre vie distribuiva come ogni giorno acqua e bevande gassate. Questi dunque i motivi di quello che di lì a breve sarebbe stato l’ultimo caffè in pasticceria.

[2018-2022; inedito tratto dalla cartella “Ritratti”, work in progress]

Ed ecco a voi un esempio di quella “musica matta” che affollava l’hard disk del defunto:

 

DiAlessandro Corrado Baila

Il minestrone di fagioli neri (nuova ricetta!)

Il minestrone di fagioli neri (nuova ricetta!)

Lunedì 26 settembre 2022 h 17:23 – ascoltando Deus Arrakis di Klaus Schulze (2022)

Santo cielo, che senso di stanchezza ti ha preso poche ore fa, al ritorno da scuola! Quando ti senti così, di solito la cosa migliore è andare a letto un’ora, ma avresti rischiato di svegliarti domattina al suono della sveglia, senza prepararti minimamente per il martedì mattina. Quindi hai scelto di resistere. A quanto si diceva anche in sala insegnanti, pare che una specie di minestrone nauseabondo di fagioli più o meno neri abbia vinto quelle che già da un po’ di anni e con una decisa punta di ipocrisia sono definite “votazioni”. Eh sì, perché anche ieri, con un tono retorico da dittatura, siamo stati chiamati a votare nel segreto inviolabile dell’urna elettorale, neanche avessimo ricevuto la chiamata dell’Altissimo e Onnipotente. In parole povere, abbiamo dovuto nuovamente scervellarci su quale fosse il minore dei mali su cui tracciare – magari con forza e con rabbia – una grossa croce con una matita dalla punta grossa, possibilmente impugnata come un bastone. Pare – ahimè, cosa ancor più penosa – che anche i presunti perdenti debbano dire la loro per esteso, e soprattutto discutere per filo e per segno come far risorgere le loro aziende politiche dall’apparente debacle, quando in realtà si tratta di personaggi che stanno e sono sempre stati benissimo da quando sono entrati a far parte dell’allegro teatrino itinerante della politica, sia che abbiano il volto paonazzo e la tachicardia grave a furia di fare opposizione dura, sia che gli elettori-clienti-consumatori-utenti-telespettatori – nonché ex cittadini – li abbiano chiamati a prodigarsi giorno e notte per il bene del Paese, e ad attuare finalmente le tanto agognate riforme, le stesse di cui si parla a spada tratta da oltre cinquant’anni. Cosa ancor più di triste, ascoltando alcuni colleghi ti sei reso conto che purtroppo un certo linguaggio falso è entrato anche nel cervello di alcuni insegnanti. Un esempio su tutti potrebbe essere l’ormai inflazionata “salita al Colle”, come se la cosa avesse chissà quale valore catartico, e a salire (a piedi o seduti in auto?) fino al Quirinale fossero chissà che statisti di profilo elevatissimo. Oh, scusate, qui adesso ci vuole proprio un buon sorso di caffè nero, per tirarsi su dal torpore.

17:53

E tu? Che hai da dire di ieri? Dai, confessa. Confessa che eri sì andato anche tu a tracciare quella X sulla schedina, con l’intenzione quasi di strappare la carta dalla rabbia, ma anche che, ascoltando una vecchia canzone che si intitola Sulla Terra, la voglia di esercitare il tuo diritto è evaporata come acqua sul gas, forse complice il caldo del primo pomeriggio. Sicché hai finito con il fare semplicemente un giro in tondo in auto. Che poi, al ritorno, ti sei accorto che ad esprimere il tuo voto eri stato retoricamente chiamato anche a metà giugno. Ma per cosa poi? Non ti ricordi più. A metà giugno e tante, tante altre volte nello stesso anno, dal 2015 in poi.

Qualunque sia il numero di timbri che hai adesso sulla tua carta fedeltà politica, qualunque sia il goloso premio che ti aspetta una volta completati tutti i buchi, certo è che le previsioni per i prossimi mesi sono proprio nere, anche per lo stato psicofisico tuo e di altri milioni di Italiani. Perché tutti i media di maggior diffusione, tutti prostrati e in religioso ascolto della voce del rispettivo padrone, si riempiranno giorno e notte della gente talking without speaking di Simon & Garfunkel, mentre chi avrà la disgrazia di esserne attaccato forse reagirà trasformandosi in un essere hearing without listening. Se solo avessi studiato medicina, come ti ha detto tante e tante volte mamma, quando stavi per finire il liceo! Magari ora saresti un ricercatore noto e stimato, e potresti avviare un importante studio internazionale sul rapporto tra elezioni politiche e disturbi gastrointestinali, piuttosto che cardiovascolari, nevrastenia, oppure – perché no? – anche turbe psichiatriche.

Che senso di grigiore quindi! Perché anche per i prossimi anni si ingrosserà quella lunghissima linea grigia di attorucoli senza arte né parte. Un po’ come le teorie di anime curve e dannate, che un cattivo di un vecchio cartone giapponese fa scendere in massa nell’Ade.

18:25Deus Arrakis è ripartito

Dai, adesso basta caffè! Stamattina a scuola era pieno di insegnanti e alunni con la mascherina FFP2, raffreddori, mal di gola e voci un po’ strozzate. La collega di Educazione Fisica è impazzita a furia di richieste di password, codici e dati identificativi pretesi da Google, solo per fare le normali cose di lavoro, l’insegnante di Italiano era in guerra con la stampante-fotocopiatrice, mentre all’ingresso la nuova docente di Matematica firmava un altro contratto precario. Forse però è stato meglio questo mondo, anziché le vetrine mediatiche, che di sicuro anche in questo momento trasbordano di facce di gomma, opinionisti prezzolati, e magari anche calciatori in pensione, perché in politica la metafora sportiva è sempre gradita, come il cacio sui maccheroni. Pensa al tuo lavoro, pensa ai tuoi ragazzi, che data l’età potrebbero essere tutti tuoi figli. Pensa a loro, e insegna loro a pensare con la loro bellissima testa.

[inedito, tratto dalla cartella “Diario del 2020-21-22“; riferimento a Sulla Terra dei Litfiba (1987), a The Sound Of Silence di Simon & Garfunkel (1967), a La Voce Del Padrone di Franco Battiato (1981) e al cartone animato I Cavalieri Dello Zodiaco]

 

DiAlessandro Corrado Baila

Un salume qualunquista (versione 2022)

Un salume qualunquista (versione 2022)

Il sapore di domenica mattina del prosciutto cotto. Prosciutto cotto, ovvero: ragazzini trascinati a forza a messa la domenica mattina, mito della rispettabilità borghese, ipocrisia, predica, pranzo della domenica in famiglia, e infine l’incredibile primitivismo dei programmi TV della domenica pomeriggio.

Tutto questo mi è balenato per la mente qualche anno fa, mentre in una squallida e soleggiata domenica mattina occidentale mangiavo a fatica un panino al prosciutto cotto, il salume più ipocrita e conservatore che esista.

È vero, ci sono anche salumi che politicamente stanno a più a destra del prosciutto cotto, come il prosciutto crudo e ancor più la bresaola. Più che conservatori come il prosciutto cotto però, il prosciutto crudo e la bresaola sono reazionari e tendono a promuovere riforme autoritarie dello Stato e della società. Se chiediamo ad un prosciutto crudo o ad una bresaola cosa ne pensano del progetto di insegnare l’arabo nelle scuole pubbliche, questi due salumi non useranno mezzi termini, né esiteranno a dire che si tratta solo di una porcata voluta dai comunisti per fare un favore ai loro amici integralisti islamici. Alla stessa domanda invece un prosciutto cotto si sente imbarazzato e arrossisce, perché vorrebbe sì essere schietto come un prosciutto crudo o una bresaola, cosa che però gli è severamente proibita dalla sua doppia morale. Il prosciutto cotto tenterà allora di ubriacare di parole l’interlocutore senza mai venire al punto, ribadendo l’ambiguità strutturale delle sue posizioni. Mentre infatti i salami, soprattutto quelli con l’aglio, vantano una lunga tradizione di lotte sindacali per i diritti del lavoro, e alcuni tipi di mortadella, in particolare quelle con i pistacchi, hanno tendenze decisamente libertarie o espressamente anarchiche, storicamente il prosciutto cotto si schiera alternativamente con tutti i salumi pur di mantenere la poltrona.

Oggi, in anni in cui si cercano prevalentemente piaceri facili da ottenere e veloci da consumare, si pensa prevalentemente al prosciutto crudo e alla bresaola da un lato e al salame e alla mortadella dall’altro come ottimi nel panino e nel tagliere, oppure accompagnati da vino, formaggi, sottaceti, verdure grigliate e quant’altro. L’edonismo contemporaneo ha però il subdolo fine di farci dimenticare la storia recente del nostro Paese e il ruolo determinante che i salumi hanno avuto in essa. Da una parte infatti, il prosciutto crudo e la bresaola non hanno mai nascosto le loro simpatie per lo spontaneismo armato di estrema destra. Alcune varietà locali anzi si sono espresse dichiaratamente in favore del ritorno del fascismo in Italia e hanno sempre tributato il loro plauso ai regimi autoritari e dittatoriali che via via sono sorti nel mondo. All’estremo opposto, il salame e la mortadella non hanno mai preso una posizione chiara contro il terrorismo di estrema sinistra e il suo folle principio di cambiare un Paese in meglio con le armi e la violenza, e senza avere un consenso diffuso.

In mezzo a questo conflitto di fazioni opposte sta storicamente il prosciutto cotto, che, manovrando a suo piacimento i salumi di entrambe le fazioni e manipolando il consenso dei consumatori, ha tratto un doppio vantaggio dalla cosiddetta strategia della tensione, e ha aumentato le sue vendite in maniera esponenziale, soprattutto tra chi parteggiava alternativamente per gli uni o per gli altri a seconda della convenienza del momento.  Da questo dipende in gran parte il successo delle salumerie dichiaratamente di centro e a conduzione familiare, nelle grandi città come nei piccoli centri. Sia nelle grandi città nei piccoli centri del nostro Paese, alcuni salumi in vendita nelle salumerie dichiaratamente di centro sono stati protagonisti di un’ascesa senza precedenti nel mondo degli affettati, sia in fatto di consenso tra i consumatori, sia in fatto di vendite. Questo però grossomodo fino all’esplosione della crisi nel nostro Paese nel 2009, che ha visto la scomparsa o la concentrazione nei centri commerciali di tante piccole salumerie qualunquiste. Una strategia di successo allora come oggi è però sempre quella di posizionare un grande prosciutto cotto di prezzo medio-alto al centro del banco dei salumi, in modo da offrire immediatamente al cliente una scelta con cui non sbagliare mai.

In generale, per quanto sfiziosi siano e per quanto profonda e appagante sia l’estasi sensoriale che ci donano i salumi, quando li mastichiamo e poi li digeriamo non dobbiamo mai dimenticare le loro precise responsabilità storiche, anche perché il remoto anno di produzione di molti salumi dominanti nel nostro Paese li rende ormai inservibili. Inoltre, per quanto moralmente riprovevole sia il comportamento del prosciutto cotto, forse ancora più abietto è però l’agire di piccoli gruppi di culatelli, porchette, soppresse, ossocolli, lardi, finocchione, spianate, spalle cotte, presunti affettati dietetici, versioni ipercaloriche di affettati esteri e altri salumi minori, che senza alcuna vergogna corteggiano questo o quel prosciutto cotto maggiormente in voga sulle tavole degli Italiani a seconda della stagione, al solo fine di aumentare il fatturato delle rispettive salumerie di appartenenza, salvo clamorosi voltafaccia.

Rispetto a pochi decenni fa, tuttavia, oggi tutti i tipi di salumi o quasi sono stati assorbiti dalla produzione alimentare anonima di massa. Mortadella o bresaola, salame o prosciutto crudo o ancora prosciutto cotto che compriamo, oggi la stragrande maggioranza degli affettati che finiscono nella pancia dell’uomo comune contengono zuccheri, coloranti, conservanti, aromi artificiali ed esaltatori di sapidità, che nulla hanno a che fare con la loro schiettezza originaria. Inoltre, al di là delle dichiarazioni d’intenti, oggi nelle dispute tra salumi l’aspetto ideologico è all’acqua di rose, se non inesistente, mentre prevalgono chiaramente le lotte che mirano alla conquista di nuovi mercati esteri, all’aumento delle vendite e all’arricchimento tramite banche, fondazioni e società finanziarie. L’unica alternativa credibile al redditizio compromesso tra salumi capeggiato dal prosciutto cotto è forse rappresentata dallo speck di maso, che ha però un bacino di consumatori molto ridotto e localizzato, e non può quindi competere con i grandi numeri degli affettati nazionali. È quindi di grande attualità la proposta simbolica avanzata pochi mesi or sono da un eminente prosciutto cotto alle erbe dell’Alta Toscana, che prevede di cambiare la forma del Gran Consiglio dei Salumi da semicircolare a circolare. Bando per sempre quindi a diatribe asperrime al chiuso, manifestazioni di protesta oceaniche e scontri di piazza tra fazioni opposte, con tanto di resti di salame o di bresaola, di mortadella piuttosto che di prosciutto crudo, che per oltre mezzo secolo sono rimasti sulle piazze d’Italia, a testimoniare quanto estremi fossero lo scontro ideologico e la lotta politica. E soprattutto: dopo tanti decenni di ipocrisie e sofisticazioni alimentari, finalmente un prosciutto cotto con il gusto della sincerità. 

[dalla silloge di racconti brevi “Una domenica di tanti anni fa” – versione inedita e ampliata nel corso degli anni, dopo la pubblicazione del volume (ahimè!)]

DiAlessandro Corrado Baila

Autunno trasfigurato

Autunno trasfigurato 

Martedì 10 maggio 2022 h 10:34 – senza ascoltare nulla

Alchimie di cuori notturni. La notte è stata silenzio, riposo soffice di chi lavora. Voluttà di sogni, dopo le fatiche senza melodia del giorno. Lo splendore massimo degli iris è stato nelle ore in cui per strada non c’era anima viva. Nessuno si è fermato ad ammirare le loro bocche spalancate, che intonavano canti caldi di maggio e primavere d’oro. Ora invece è mattina inoltrata, e gli iris già cantano con voce stonata la fine della loro bellezza effimera. I petali delle loro bocche cadono verso la terra e si fanno pian piano nerastri. Pesantezza e rumore ruvido di archi scordati.

E stanotte? Stanotte avrai la forza di rimanere sveglio a lungo, a guardare in giardino un cimitero di petali appassiti, sopra violini fatti a pezzi come da un matto e melodie distrutte, scritte su pentagrammi strappati con furia? Forse, ma può anche darsi anche che sarai l’unico, mentre poche ore dopo il lavoro chiamerà, e anime dure andranno presto a onorare il loro dovere, indifferenti e sorde alle alchimie del cuore di un sognatore.

17:22 – senza ascoltare nulla

Passato, trascorso come rapido come un torrente in piena, è quell’autunno della musica dark ascoltata in auto, che più traffico c’era meglio era, perché più traffico c’era più avevi tempo di ascoltare farfalle nere e blu volteggiare nella luce viola. Quell’autunno di piogge e di nuvoloni grigi, ma anche di violini che commentavano baci d’addio, baci taglienti.

Rincasare che diluviava, entrare e trovare tutto un mondo in bianco, nero e grigio. Vecchie bambole ammassate alla rinfusa nei posti più impensati, alcune senza più gli occhi, altre con le gambe e la braccia spezzate, altre ancora fatte a pezzettini. E da fuori sentire il vento furioso, che chiamava a partire verso altri lidi lontanissimi, spiagge di fronte all’oceano in burrasca, o i paesaggi invernali più estremi del Cile più australe.

Da una vecchia chitarra acustica, appoggiata su un vecchio divano, dita lunghe e ossute facevano stillare note languide, gocce d’argento, che disegnavano nuove costellazioni per il futuro. Il rumore della mano sinistra al momento di cambiare accordo. Poi quelle dita e quelle mani intonavano una fuga disperata, lungo una notte che sognavi infinita, senza più un sole che annunciasse un nuovo giorno!

Autunno trasfigurato, perché stai parlando del 2020. Trasfigurato, sì, perché di notte, lungo quell’autostrada vuota, voci senza volto né corpo chiedevano sommessamente luce e pietà per il nostro mondo.

[Dalla cartella “Diario del 2022” (work in progress); riferimento alla copertina e alla musica di Like Gods Of The Sun dei My Dying Bride (1996) e di Damnation degli Opeth (2003)]

 

DiAlessandro Corrado Baila

Il giorno dopo

Il giorno dopo

Lunedì 2 maggio 2022 h 13:04 – ascoltando Going For The One degli Yes (1977)

Uh, ma che gioia! Perché ieri è finalmente si è nuovamente tenuto il concertone del primo maggio! Primo maggio, certo, perché da ieri non è più obbligatorio mascherarsi all’aperto. E si può anche stare tutti attaccati! Altra gioia, ancora più grande! Piazza San Giovanni a Roma, la capitale suprema dell’inciucio politico-istituzionale italiano, questa città simile a un calamaro gigante, che con i suoi lunghissimi tentacoli ha infettato di inciucio tutto il Paese. Da settimane giornali e TV snocciolavano le cifre dei morti sul lavoro con una banalità quasi da prezzi di qualche mercato rionale, perché la cosa è servita a preparare il terreno a discorsi tenuti da facce di gomma, come se fossero state tutte persone da ascoltare, gente che dà l’esempio. Ha tenuto un discorso anche il Presidente della Repubblica, questo inguaribile idealista, almeno in apparenza, che parla sempre con quel tono solenne, quasi a lettere di ferro. E ha addirittura i giornalisti che si occupano solo di lui. La TV a casa non ce l’hai, ma per avvelenarti è bastato andare a trovare mamma, che in quei momenti stava seguendo il concerto su un canale RAI presunto di sinistra, in realtà agli ordini di partiti e sindacati che ritengono follemente di occuparsi ancora del bene dei lavoratori, quando invece per loro sono ben più importanti le banche e le fondazioni cui sono legati. O le case editrici dei loro amiconi, che le traduzioni anche di testi importanti le pagano una miseria. Da mamma hai ascoltato addirittura una fantomatica telefonata del Capo della Federazione Russa, che parlava alla solita folla riunita per il concerto, e che diceva di voler fermare la guerra per motivi umanitari. Con tanto di interprete simultaneo. Che esultanza da parte dei musicisti! Ben felici di mostrare che suonando un po’ di canzonette a un concerto si cambia qualcosa! Si cambia il mondo! Pochi minuti dopo però, il telegiornale di quella rete TV vagamente di sinistra, avrebbe subito drasticamente smentito quella finzione, ovvero parlando subito dell’evolversi del conflitto. Una rete che si potrebbe meglio definire cattocomunista, anche perché tutti i voti sono ben accolti, vengano essi dal sottanone di qualche prete contestatore, come anche dagli elettori oggi anziani, che ricordano ancora bene cosa volesse dire essere veramente di sinistra quando erano sui vent’anni o poco più.

E allora ecco al telegiornale tutta quella sfilata di personaggi anzianotti e da operetta, che parlavano dei giovani e dei loro diritti, dei mille mali del lavoro precario e invece del lavoro fisso che dovrebbe essere la regola! Ma che novità! Ma che dichiarazioni! Mai sentite cose del genere! A proposito, sei o sette anni fa, su un canale che si occupa di storia, avevi visto uno speciale sul caporalato nel Sud Italia, datato 1990. Anche in quelle riprese, non potevano mancare i gloriosi predecessori dei sindacalisti di ieri sera a casa di mamma, anche loro che si abbandonavano a rumorosi proclami di cambiamento, quasi avessero bevuto un po’ troppo. Con un’unica differenza: se nel 1990 erano colpiti dal caporalato principalmente Italiani poveri, oggi lo sono principalmente gli extracomunitari, che da sfruttare sono ancora più facili.

[dalla cartella “Diario del 2020-21-22“, work in progress]

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

Altrove

Altrove 

Lunedì 7 marzo 2022 h 6:35 AM – ascoltando una lunga playlist di collaborazioni tra Harold Budd e Robin Guthrie

Ed eccola qui. È arrivata Nadja. Questa ragazza l’avevi già vista diverse volte in foto insieme al tuo amico Rocco, ma solo oggi è arrivato il momento di conoscervi e parlarvi di persona. Sicuramente molto diversa rispetto alle foto. Ecco che si accomoda e si ordina una Coca Cola, in realtà in un locale dove si bevono soprattutto aperitivi e bicchierini. Dunque, com’è Nadja? Nadja è proprio una persona che merita una pagina scritta. Di media altezza, vestita di colori freddi, soprattutto bianco e azzurro, con una borsa nera, i capelli chiari, raccolti sulla nuca. Chiari ha anche gli occhi, e la pelle addirittura chiarissima. Ha un aspetto morbido Nadja, anzi, soffice, come le sue guance, quasi come in una foto sfocata, come se i contorni del suo viso, delle sue mani e dei suoi vestiti si confondessero con l’aria e il mondo tutt’intorno. Parla di capelli bianchi, lei che deve ancora compiere 32 anni, questi maledetti capelli bianchi che si ritrova sempre sulla parte superiore della testa, mai uno che si riesca a nascondere dietro le orecchie! Mentre tu vai per i 40 e Rocco per i 42. “Sono una perfezionista”, dice lei, ma in realtà comunica spesso per sensazioni o stati d’animo. Parla di come si sente quest’anno, oppure sorseggia il suo drink. “Comunque da giovane altro che Coca Cola, una volta ero proprio una gorna”, continua. Anni sepolti, ma non dimenticati. E forse una nuova vita.

Prima del suo arrivo, avete parlato un po’ anche dell’ultima guerra scoppiata, che anche a migliaia di km di distanza non promette nulla di buono anche qui, anzi, in tutto il mondo. La domanda che vi siete posti più spesso è stata “Ma cosa facciamo se…?” Non appena arriva Nadja invece, si comincia a parlare di lavoro. E di traferirsi. Certo è domenica, ma per l’indomani la ragazza ha in programma un colloquio importante, che potrebbe portarla a vivere a Mestre. “A Mestre? Ma è un posto bruttissimo, invivibile!”, ribatte Rocco. “Beh, dipende dalla zona dove abiti”, risponde lei, che poi vi fa capire di voler andare via dal paese in provincia di Treviso dove abita già da qualche anno. Andare fuori dalle scatole. A questo punto, ti balena per la mente il titolo di un romanzo, che recita La vita è altrove.  Forse è questo che ha in mente Nadja. La vita, quella vera, è altrove, prima o poi è sempre un dover partire, sradicarsi, arrivare in un posto nuovo, iniziare una nuova fase della vita, ambientarsi, imparare una lingua nuova magari, lavorare. Poi, quando le radici si sono fatte di nuovo fin troppo profonde, staccarsi un’altra volta, ripartire e andare alla scoperta di altri pezzi di mondo. Che sia questo quello che ha voluto dirvi Nadja? Forse bisognerà riparlarne, perché, poco dopo aver consumato lentamente la sua Coca Cola, la giovane si alza e vi saluta, non senza che prima voi le abbiate fatto gli auguri per il colloquio di lavoro.

Allora, cosa dici? Cosa te ne pare di lei?”, ti chiede Rocco poco dopo. “Mi ricorda tanto la canzone La Donna d’Inverno, quella di Paolo Conte”, rispondi. “E a te? Che canzone ti ricorda?”, continui. “A me ricorda un certo pezzo di Murubutu”, ti risponde convinto Rocco.

[riferimento a Pentagramma dell’Acqua di Murubutu feat. Dia]

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

Note possenti

Note possenti 

Una tarda sera del 1989, forse addirittura d’estate, le note possenti di un synth a tutto volume si sono innalzate come fiamme all’orizzonte e hanno tinto il cielo di giallo e di rosso. Il tastierista Antonio Aiazzi era come spiritato, sudava, e premendo con forza i tasti dei suoi strumenti si piegava di continuo avanti e poi indietro, mentre nel sangue si sentiva scorrere una furia mai provata prima. Eppure, il culmine di quel concerto dal vivo, in cielo non ha luccicato come d’argento che per un paio di minuti, se possibile reso ancor più brillante dagli applausi euforici del pubblico. A un certo momento il concerto è finito, magari i fan avranno chiesto anche qualche bis, ma poche ore dopo erano spariti tutto e tutti. E tutta l’adrenalina di quella tarda sera d’estate del 1989 è tramontata ben presto anch’essa. Stesso destino dei tanti mondi degli uomini di dopo, che uno dopo l’altro sono svaniti sempre più veloci. A quel concerto esaltante, dev’essere seguito il lavoro muto e puntiglioso dei netturbini: lattine di birra pestate, mozziconi di sigaretta, pacchetti vuoti e strappati dal calpestio della ressa, resti di spinelli e siringhe usate, che avevano fatto tutti il loro dovere.

Alla fine del live le voci del pubblico accompagnano il lento sfumare dell’ultimo pezzo. Ma chi erano quelle persone? Come si chiamano? Che vita facevano allora? Sono ancora tra noi dopo tutti quegli anni? Nel frattempo, oggi, 13 gennaio 2022, nel tardo pomeriggio, un vento freddo è disceso giù per una piccola collina con il suono del suo soffio vorticoso, e ha accarezzato i rami neri di alberi spogli. Poi si è confuso con lo smog e il rumore di auto, che in entrambi i sensi scappavano come ogni sera dal lavoro a casa, credendo forse di rimettersi al sicuro.

[dalla cartella “Diario del 2020-22” (work in progress); riferimento a Pirata, album live dei Litfiba del 1989]

DiAlessandro Corrado Baila

Tramonto macchiato

Tramonto macchiato 

Giovedì 23 dicembre 2021 h 17:21

Quando a fine dicembre ci vengono elargite a piene mani come doni preziosi le giornate più brevi e le notti più lunghe dell’anno, guardando per caso attraverso una finestra ancora aperta tra le quattro e le cinque di pomeriggio, può capitare di sentire il richiamo irresistibile della magia dei colori cangianti ogni attimo di un tramonto incipiente, e di ritrovarsi d’istinto già all’esterno un attimo dopo, una volta abbondonate le proprie occupazioni, di qualsiasi importanza esse siano. Tuttavia, chi già da un po’ di tempo abbia dovuto adattarsi suo malgrado a soluzioni lavorative spacciate a gran voce per assai intelligenti, e magari abiti anche in qualche periferia, per giunta di un piccolo centro, dove molte persone sono abituate sin dall’infanzia a esprimersi in maniera alquanto rozza o comunque assai spiacevole all’udito – un aspetto magari addirittura accentuatosi negli ultimi anni – chi dunque si trovi a vivere tutte insieme queste coincidenze infauste può avere talvolta la sventura di sentire quel meraviglioso momento di impalpabile confine tra giorno e notte mentre viene imbrattato dal dialogo colorito di qualche passante, sia esso impegnato in qualche importante telefonata di lavoro, o in un colloquio più informale con un compagno di strada. Non solo: a queste macchie vocali, metaforiche ma lo stesso maleodoranti, che sporcano il crepuscolo come il vino o il caffè su un capo bianco e fresco di lavaggio e di stiratura, si aggiunge spesso la risposta ancor più decisa di qualche quadrupede frustrato, nonché inflessibile guardiano della pace borghese della via dove abitano i suoi rispettabilissimi padroni e padroncini, naturalmente sostenuto in questa battaglia quotidiana e senza esclusione di colpi da molti altri esemplari della stessa specie, anche se spesso di razza diversa o meticci. Tanto che, a chi se ne rientri in casa a capo chino, sperando in un’occasione migliore per l’indomani, può capitare di chiedersi chi tra i contendenti abbia abbaiato veramente o di più, consolandosi nel frattempo con la delicatezza notturna di qualche trombettista jazz.  Anche se, terminato l’incanto di un concerto registrato a tarda sera in qualche metropoli, urge sedersi nuovamente a quel lavoro venduto come intelligente, in realtà fonte di nevrosi, isolamento e tutte le conseguenze del caso.

[dalla cartella “Diario del 2021“; riferimento a Live from the Moonlight del Chet Baker Trio (1985)]

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

Lontano dal tramonto – dal cap. 2 – dischi

Lontano dal tramonto – dal cap. 2 – dischi

[…]

Dentro il bar, un jukebox suonava canzoni rock a cavallo tra anni ’70 e ’80. Matteo andò davanti al jukebox. Molte di quelle canzoni le conosceva bene, le aveva ascoltate tante volte con mamma e papà quando era ancora un ragazzino, spesso la domenica, quando ascoltava i dischi prima o dopo pranzo.

“Adesso basta, figlio mio”, gli aveva detto il padre una di quelle domeniche, “è ora che cominci ad ascoltare qualcosa di serio, altro che tutta questa musicaccia che si sente alle radio private”, e subito dopo aveva messo su uno dei primi lavori dei Genesis.

“Li vedi tutti questi dischi, figlio mio? Alcuni sono andato a prendermeli apposta anche a Bologna o a Milano, ma ne è valsa la pena eccome. Tanti sono arrivati da noi in Italia molto dopo che in Inghilterra, solo per dirti un Paese”, aveva continuato Mario, il padre, una volta finito l’ascolto. Pur conoscendo ancora pochissimo l’inglese, per suo figlio sentire i testi cantati insieme con la musica e intanto guardare la copertina dell’album era stato subito simile a un rapimento. Già dalla domenica successiva, la cosa sarebbe diventata un’abitudine, anzi, sarebbe stato Matteo a chiedere ai genitori di poter ascoltare il più spesso possibile quei nuovi oggetti del desiderio.

“I Genesis siamo andati anche a sentirli dal vivo io e la mamma”, aveva detto il padre al suo unico figlio una di quelle domeniche.

“Ma come? Tu e la mamma? Ma quando?”, gli aveva chiesto il ragazzo, stupito.

“Vieni qui, ti faccio vedere qualche foto di allora”, aveva ribattuto Mario. “Eccoci qui. Adesso ci credi che una volta avevo i capelli lunghi? Mi facevo anche il codino. Guarda come siamo vestiti qui io e tua madre, tutta roba che nei negozi non si trova più. È stato qualche anno prima che nascessi tu.”

Dopo diverse incursioni tra Led Zeppelin, Deep Purple e anche Frank Zappa, sarebbe arrivato il turno di In The Air Tonight di Phil Collins. Per tutta la durata del pezzo, il ragazzo era rimasto come ipnotizzato. Nel frattempo, a scuola si cominciava a procedere sempre più con l’inglese, e con l’aiuto della madre Matteo si sforzava di comprendere i testi di tutti quegli LP. Capitava anzi che, appena iniziata l’ora di inglese a scuola, spesso l’alunno tirasse fuori una trascrizione a mano del testo di Stairway To Heaven piuttosto che di Kashmir. Insisteva subito per avere la traduzione completa, ma la professoressa si mostrava quasi sempre restia a spiegare del tutto il significato del testo cantato. “Cosa vuol dire che lei si compra la scalinata per il Paradiso?”, aveva chiesto più volte il ragazzo, ma l’insegnante aveva cambiato discorso ogni volta.

Leggendo i titoli delle canzoni del jukebox, tutti quei ricordi erano balenati per la mente a Matteo come una tempesta di lampi, tanto rapida quanto intensa. Le domeniche a casa dei genitori quando ancora faceva la scuola media, il blues che suonava suo padre quando aveva i capelli lunghi, l’ascolto dei dischi le domeniche pomeriggio d’inverno, al calore della stube di maiolica in salotto, Bob Marley e le sue grane con lo sceriffo Tom Brown. Tutto però non era che il suono di echi lontani.

[dal romanzo “Lontano Dal Tramonto” (2021), nuovo romanzo di Alessandro Baila e Luciano Da Ros; disponibile alla Libreria Bassanese, alla Piccola Libreria Andersen di Marostica e online al link https://www.ebay.it/itm/184829414488]

DiAlessandro Corrado Baila

Delirio sull’orlo del fallimento

Delirio sull’orlo del fallimento

Ecco a voi il delirio di un barista logorroico che sta per chiudere il suo locale…

Ormai non so più che cazzo farmene del mio locale … Ormai non conviene neanche più tenerlo aperto, non viene mai nessuno, neanche d’estate… La gente non ha più soldi per andare in giro a locali…  Oppure se una sera fa festa il giorno non può mangiare niente e deve fare gli straordinari … Certo che la vita diventa proprio triste quando non fai più neanche un salto nel mio locale, neanche per un caffè e due chiacchere … Io lo so fare benissimo il caffè… In tutti i modi possibili e immaginabili … Una volta anni fa un tipo mi ha chiesto un caffè liscio … Io invece apposta gli ho fatto un deca … Ma il tipo non si è accorto di niente … Anzi, mi ha anche detto che era buonissimo … Perché il mio deca è ancora più buono del caffè normale … Ti dà una carica poi … Una carica che neanche ti immagini … Devi provare … Io poi sono anche bravo a conversare … Parlo con tutti senza problemi… So parlare di tutto … Ho cultura io …. Una volta con un cliente ho parlato anche di astronomia… Peccato che se ne sia andato dopo pochi minuti … Visto fuori dalla Terra il cielo è nero … Anche qui stasera il cielo è nero … Era bello parlare con i clienti una volta … Veniva tutto così naturale … Adesso faccio una vita triste invece … Non sono depresso però …. Vita triste, sì, come questi anni in Veneto … Com’è cambiato il Veneto … Non parliamo poi della domenica sera … La domenica sera mi sento così solo nel mio bellissimo locale … Da me la domenica sera ci viene solo la Sera, soprattutto quando fa freddo … O quando c’è proprio il gelo … Quel gelo che ti entra nelle ossa … La Sera, sì … Porta sempre un abito lungo e nero … Ma è sempre un abito leggero … Chissà come fa quando esce e c’è la neve … O il ghiaccio magari…. In gennaio poi… Si vede che ha una temperatura corporea inferiore alla norma … Quella è tutto tranne normale … Dev’essere una specie di rettile a sangue freddo … Ma che freddo… Freddissimo …. Ogni volta che ti chiedi quanti anni avrà mai questa Sera non sai mai cosa pensare … Venticinque? Trenta? O quaranta? Magari anche cinquanta … O di più … Chi lo sa, con tutto quel trucco che si spiaccica sempre in faccia … La vedi entrare e sedersi al bancone sempre allo stesso posto… Non dice niente, non ordina niente, ti fissa e basta, aspetta solo che chiudi … Ti guarda sempre strano … Qualche volta pare che sia lì lì per dirti “Mi piaci” … Altre volte invece fa la faccia annoiata … O ti fulmina con lo sguardo …. Quello sguardo mi fa venire i sudori freddi … Brrr …. Qualche volta provi a scambiarci due parole, provi a dire cose come “Eh sì, anche stasera si chiude presto”, ma lei non ci casca mai …. Sempre muta … Forse ha una brutta voce e si vergogna a parlare … E dire che pare proprio bella… Ma chissà com’è senza trucco … Magari ha una voce stridula… O una voce bassa, da uomo … Magari è un travestito… O un transessuale … Sì, secondo me è proprio un transessuale … Io non me lo farei mai un transessuale … Io ho ancora dei valori … Io non sono depresso …. Io non sono logorroico … Infermiera, scusi, ma cosa c’è nella flebo che mi state facendo?

[2017; dalla raccolta di racconti sul Veneto “Sulla linea tra giorno e notte“, sezione “Sfilata di deliri”; Ed. Il Torchio, Padova 2019]

DiAlessandro Corrado Baila

Fortuna che sto meglio di te!

Fortuna che sto meglio di te!

Estate, notte fonda, sono le due, o forse anche le tre. Fa caldo anche a quest’ora. Dalla strada filtra il rumore di qualche auto di passaggio e il miagolio di qualche gatto. Un uomo che vive da solo in un miniappartamento si sveglia. Forse ha sognato qualcosa, forse in sogno gli ha parlato la voce di qualche persona amata, ma non si ricorda. Si gira sul fianco destro, poi su quello sinistro, tentando di riaddormentarsi, ma gli occhi gli rimangono sempre aperti e si riempiono di buio come di un liquido nero. “Basta, io mi alzo, torno a letto dopo”, si dice l’uomo, perché in quel momento si sente sveglio come se avesse dormito sodo otto o anche nove ore. Si alza e per prima cosa va un paio di minuti sotto l’acqua fredda della doccia, poi si infila un paio di pantaloncini corti e maglietta, entrambi neri. Subito dopo, dal frigo tira fuori una bottiglia di succo di frutta industriale per rinfrescarsi un po’ bocca e gola, fa un paio di sorsi e infine inspira ed espira profondamente, prima piegando le braccia all’indietro, poi tendendole in avanti. Segue una sigaretta corretta con una spruzzatina d’erba OGM. Il nottambulo se ne torna in bagno e si guarda ad uno specchio decorato, che gli è stato regalato da un amico che ha ristrutturato un vecchio bar. “Dewar’s Finest Scotch Whisky”, c’è scritto sullo specchio, “Distillers, Perth, Scotland”. L’uomo si passa prima la mano sulla barba da fare sul mento e sul collo, poi diverse volte sui capelli bianchi, avanti e indietro. Spalanca gli occhi, avvicina lo sguardo allo specchio, sospira e poi a mezza voce dice “E così oggi sarebbero proprio 60, eh?”. “Ma sono contento, e sai perché?”, continua, parlando alla sua immagine allo specchio, “Sono contento perché sto meglio di te, molto meglio.” Un attimo dopo, l’immagine allo specchio scoppia in una risata crassa, che mostra per bene il palato e tutti i denti fino ai molari, e poi risponde con rabbia: “Tu non sai niente, non hai mai saputo niente di niente! Ti ho visto danzare allegro nel fuoco, sotto una luna color cremisi, l’oceano mormorava sulla spiaggia e faceva eco a rovine disabitate. Ormai dal cuore ti sgorga solo una luce fioca, mentre la tua ombra inghiotte tutto al tuo passaggio e rende gelida tenebra anche il mattino più radioso! Punisci tutti a ogni tua parola, sei un flagello che martoria l’anima e la carne, perché da quando eri giovane hai sempre peccato ogni giorno senza vergogna: non hai mai voluto essere felice! Che tu sia infelice per l’eternità!”

“Ok, ok, va bene, ho capito, dai, per oggi basta così, è anche il mio compleanno, ciao, a domani mattina”, risponde allo specchio il neosessantenne, che poi barcollando si avvia verso la camera da letto. Un attimo prima di addormentarsi, si chiede se poche ore dopo si sveglierà e rivedrà il giorno, ma la cosa non lo turba più di tanto.

 

[Dalla cartella “Diario del 2021” (venerdì 18 giugno) – riferimento al testo di Better Than You e di You Know Nothing dei Swans (1991); forse ispirato anche alla copertina del primo album dei King Crimson e a Mirror Mirror dei Candlemass (1988)]

DiAlessandro Corrado Baila

Lontano dal tramonto – incipit

Lontano Dal Tramonto è il nuovo romanzo scritto a quattro mani da Alessandro Corrado Baila e Luciano Da Ros. Si potrebbe dire un esperimento di scrittura molto più diurna e realistica rispetto ai primi tre capitoli dei Racconti del Terzo Occhio. Con un finale a sorpresa e i consueti riferimenti alla musica.

Lontano dal tramonto – incipit

Un gelido lunedì notte di gennaio, un tale di nome Matteo Rossi, che andava ormai verso i quarant’anni, sentì alle 4 precise il suono della sveglia. Accese la luce sul comodino e prima di alzarsi accarezzò un po’ i capelli alla moglie Paola, che era un paio d’anni più giovane di lui, poi le sussurrò nell’orecchio uno stanco “Dormi, amore, dormi.” Nel dormiveglia, la moglie rispose “Dai, stai qui ancora un po’…”, ma come sempre lui le disse “Lo sai che non posso, amore, lo sai…”. Poi si alzò, si preparò in fretta e dopo un veloce caffè salì nella sua vecchia utilitaria. Accese la radio per sentire un po’ di musica o qualche notizia, anche se già da tempo soprattutto le notizie lo infastidivano e basta. Poi partì e pian piano si avviò verso il posto di lavoro. Le strade che percorse quella notte erano deserte e silenziose, come possono esserlo le strade di una cittadina di provincia, molto prima che sorga il sole e il traffico dei lavoratori riempia l’aria di rumore e di gas. Guidando verso l’ipermercato dove era atteso per l’inventario, incrociò una sola auto sulla sua strada. Alla radio ebbe la fortuna di sentire una vecchia hit dei suoi vent’anni, che gli ricordò di quando frequentava l’università e con i compagni di studi parlava di un futuro molto diverso dal presente di quel lunedì notte.

Dopo una ventina di minuti, Matteo arrivò al parcheggio del posto di lavoro. Davanti a lui e ai colleghi che scendevano dalle auto, si stagliava muto e mostruoso un ipermercato enorme e anonimo, dove tutto il personale veniva assunto solo tramite contratti a termine. Non solo per risparmiare sui contributi, ma anche perché, come dicevano i dipendenti ai neoassunti, “Qui resisti al massimo un anno, un anno e mezzo se proprio hai due palle d’acciaio.” Il marito di Paola invece lavorava in quell’ipermercato da quasi tre anni. “Vivo di sei mesi in sei mesi”, era solito dirsi a mezza voce anche sul posto di lavoro, mentre riempiva in fretta uno scaffale dopo l’altro, oppure tornando a casa dopo aver firmato un altro contratto a termine. “Vivo di sei mei in sei mesi”, si diceva spesso a mezza voce, come se fosse stato un operato di tumore che ogni tot tempo deve presentarsi ai controlli medici, sempre con l’ansia di una ripresa di malattia.

Forse Matteo non aveva esattamente due palle d’acciaio, ma nemmeno molta scelta. C’era il mutuo da pagare per l’appartamento, e Paola non trovava altro che lavori saltuari e malpagati da quando aveva messo al mondo il piccolo Luca. Nonostante tutti quei contratti a termine poi, l’ipermercato era uno dei pochissimi posti in zona a pagare regolarmente, anche se poco in realtà, e dai discorsi che si sentivano in giro su altre aziende bastava poco a capire che i dipendenti di quell’enorme punto vendita erano diventati quasi dei privilegiati. Dei privilegiati a dover lavorare quasi senza respiro dalla mattina alla sera, anche la domenica, con il giorno libero passato quasi solo a dormire e poco altro, in una succursale dello sfruttamento selvaggio.

[…]

Dieci ore al giorno, anche la domenica, dieci ore al giorno per meno di 1.200 Euro al mese, questo era il meglio che era riuscito a trovare Matteo. Certo aveva un giorno libero, ma la mattina di quel giorno se ne stava a letto fino a tardi e poi non aveva voglia di fare nulla, solo di stare sul divano e intontirsi un po’ ascoltando la TV. La sera poi c’era quasi sempre da andare a letto presto. Ogni tanto si chiedeva da quanto tempo non uscisse neanche un paio d’ore con qualche vecchio amico per raccontarsela un po’ e bersi una birra.

[…]

Arrivato dunque al lavoro per l’inventario, Matteo scese dall’auto e in fretta si avviò all’entrata per sottrarsi alle frustate di un ventaccio gelido. Dalla parte opposta vide arrivare un collega, Luciano, che aveva circa sessant’anni. Prima di iniziare a lavorare all’ipermercato, per quasi venticinque anni era stato titolare di una carrozzeria con alcuni soci. Ora invece i locali della carrozzeria erano vuoti da diversi anni, dopo che negli ultimi mesi erano rimasti solo lui ed un unico socio. Eppure non aveva mai perso il sorriso, nonostante la fine della sua carriera di piccolo imprenditore si fosse portata dietro anche il naufragio del matrimonio e la separazione dalle due figlie adolescenti.

“Ehilà Teo, come butta? Cos’hai fatto l’ultimo dell’anno?”, chiese Luciano, con voce squillante e gli occhi vispi nonostante la levataccia.

“L’ultimo dell’anno? Ho bevuto un bicchiere di prosecco e sono andato a letto alle dieci, non ho neanche sentito i botti da quanto stanco ero…”

“Cazzo, Teo, ma chi è che c’ha sessant’anni qua, tu o io?”

“Perché? Dai, sentiamo, tu cos’hai fatto l’ultimo?”

“Sono stato in montagna con le mie figlie e la mia compagna. Mangiato benissimo e pagato un cazzo. Siamo andati anche a farci una ciaspolata la mattina del primo.”

“Wow …”

“Dai, Teo, basta sempre con ‘sto cattivo umore … Perché non …”

“Luciano, senti, oggi è non è giornata… Oggi proprio no. Che tra l’altro è ancora notte poi… Leviamoci dalle palle ‘sto cazzo di inventario e morta lì.”

“Ok… Ci vediamo dopo.”

“A dopo.”

 

Anche se era di nuovo stato scontroso con Luciano, c’è da dire che Matteo invidiava spesso il suo collega. Soprattutto gli invidiava la voglia di scherzare e la battuta sempre pronta, che aveva anche durante le giornate più pesanti. […] Ora che Luciano aveva un lavoro con contratto invece, il suo collega più giovane si chiedeva spesso quanto gli rimanesse dello stipendio, una volta pagati l’affitto e il mantenimento delle figlie. Matteo invece era oltre vent’anni più giovane di Luciano e viveva con la moglie e il figlio. A confronto del suo collega avrebbe potuto tranquillamente dirsi fortunato. Eppure, ogni volta che si parlavano, anche di argomenti seri, Luciano gli appariva molto più felice di lui, come se fosse stato capace di prendere sempre la vita così come veniva, come un gioco, con una leggerezza che a tanti colleghi era del tutto sconosciuta.

[incipit del nuovo romanzo “Lontano dal tramonto”, di Alessandro Corrado Baila e Luciano Da Ros, 2o21]

disponibile alla Libreria La Bassanese, alla Piccola Libreria Andersen di Marostica, al Bar Pio 10° in Via San Pio X a Bassano del Grappa e al link https://www.ebay.it/itm/184829414488 , oppure contattandoci direttamente all’indirizzo ale.corr.baila@gmail.com

Ed ecco a voi un pezzo a tema, visto che il protagonista Matteo ama molto il jazz…

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

Lost in time

Lost in time 

Domenica 25 aprile 2021 h 18:48 – ascoltando prima Blood On My Hands e My Last Sunrise dei Demons And Wizards (1999) e poi A Blessing Of Tears di Robert Fripp (1995)

Persi nel tempo siamo, dispersi.

Corriamo, ansimiamo verso il futuro, a rotta di collo. Corriamo verso una nebbia grigia, che si allontana a ogni nostro passo.

Dietro di noi si allontana anche il passato, il mondo di prima.

Terra di nessuno.

Ecco il nostro brave new world. Anni recenti sono già storia vecchia. Libri impolverati.

Camminiamo per campi riarsi, pieni di stoppie, con i raggi del sole che ci tagliano sulle schiena e sulle spalle. Su quei campi bruciano giorno e notte cadaveri, che rischiarano il buio di una luce sinistra. Le nostri notti, simili a sfere metalliche, enormi e vuote. Bruciano le certezze effimere del passato.

Iris sfioriscono chinando il capo. I petali si fanno nerastri.

Battono campane stanche e scrostate, mentre chiese sono piene di sonnambuli che vagano di qua e di là. Navate invase di nuvole di mosche, che ronzano e roteano continuamente gli occhi rossi. Il legno delle panche imputridisce e cade a pezzi a terra, sul pavimento coperto di polvere e cellule morte.

Bambini dagli occhi spalancati si guardano intorno e fissano il mondo in cui cresceranno. Poi guardano dritto negli occhi dei grandi, a cercare risposte nelle loro pupille, ma gli adulti tacciono, abbassano la testa e non vogliono raccontare.

(dalla cartella “Diario del 2021“, work in progress)

DiAlessandro Corrado Baila

Il cappello di pelle nera

Il cappello di pelle nera 

Domenica 7 marzo 2021 h 16:22

Si può sapere che ti è successo ieri sera verso le sette? L’ultimo tratto di strada verso casa lo hai fatto in bici, con in testa un vero e proprio frullato di canzoni rabbiose da ascoltare subito, appena varcata la porta. Subito ti sei ascoltato Final Product dei Nevermore, 2005, con tutta quella doppia cassa e doppio pedale. Con quel refrain brevissimo, e We live in a time of revolution, una delle ultime frasi del testo. Subito dopo Born, sempre dei Nevermore, del 2005 anche quello, e infine Light-Years dei Queensryche, questa canzone metal del 2019 che da giorni ascolti almeno dieci volte al dì.

E che passaggi repentini ti fai in fatto di musica! Subito dopo aver saziato la tua voglia di pezzi metal rabbiosi, hai messo su Wunderbar di Wolfgang Riechmann, album del 1978. Musica bianca, azzurra e blu. Quella musica, quei colori, che ti ricordano tanto le poesie di Georg Trakl. Ascoltando l’attacco di Wunderbar, hai cominciato a chiederti cos’è rimasto di ieri, sabato, in compagnia prima a pranzo e poi in un locale allegro, economico e frequentato da tanti giovanissimi.

Wunderbar lo stai riascoltando anche adesso. Siamo ancora alla prima traccia, la title track.

Vi è passato veloce il tempo in quel locale birreria, anche perché siete arrivati verso le quattro e mezza e già prima delle sei il titolare sarebbe passato per tutti i tavoli a dire di andare via. Si e no un’ora e mezza dunque, ma tempo più che sufficiente a conoscere un po’ Valeria, una ragazza sui 35 anni, forse anche qualcosa di meno, vagamente punk, ma con stile. L’hai conosciuta tramite l’amico che ti ha portato in macchina fino al punto di ritrovo.

Adesso risuona Abendlicht.

Valeria è una ragazza alta, snella, e ieri in testa portava un capello di pelle nera, tirato un po’ all’indietro, con attaccata una spilla. Capelli scuri, un po’ mossi. Occhi castani, carnagione chiara. Indossava una giacchetta nera e pantaloni verde oliva, strappati sulle cosce e sulle ginocchia, con cucito sopra l’Union Jack. Ai piedi un paio di Converse All Star bianche e basse. Sulle spalle una sorta di collare di pelliccia color giallo paglierino. Parla molto la ragazza, è loquace, e tra un sorso di spritz bianco e l’altro continua a dire “Bombardieri su Beirut!”, come anche una sua amica, che le siede alla destra. Conversa molto anche con Sabina, una ragazza dai lunghi capelli biondi e lisci, quinto elemento della vostra combriccola di ieri pomeriggio. “Ti vedrei bene a qualche concerto punk a Berlino-Kreuzberg, alla fine degli anni ’80, magari”, dici a Valeria. Lei sembra prenderla bene.

È arrivato il turno di Weltweit.

Conversate tutti e cinque, dunque, e da quello che dice si capisce che Valeria adora ascoltare i CCCP, come anche gli Afterhours, o meglio “Gli After”, come li chiama lei. Con un po’ di sorpresa, capisci che la ragazza ha una figlia. Sennonché arrivano rapide le sei meno cinque e con esse l’ora di smammare, anche se c’è ancora tanta luce. Vi alzate e non puoi far a meno di notare che seduta c’è ancora una compagnia che spera di tracannare una caraffa di birra in quattro minuti. “Bombardieri su Beirut!”, continua la ragazza al momento di alzarsi.

Quarta traccia, si chiama Silberland.

Neanche un minuto dopo, vi ritrovate a chiacchierare fuori dal locale, tu, il tuo amico e Valeria. Lei insiste per andare a bere qualcosa a casa sua, ma dovete aspettare un’altra ragazza. Che si farà attendere un po’. Continuate a conversare allora, e Valeria dice che “Fa proprio schifo vivere così”. Poi vi parla di un suo amico che vive in Messico, e che da un anno è chiuso in casa. Vi interrogate su quando potrebbe tornare un po’ il mondo di prima, sì, per esempio i viaggi o i concerti dal vivo. O tutte e due le cose insieme. “Fino a tre anni fa ero una sbarbatella in fatto di musica”, continua la giovane, che poi però parla anche dell’amico che l’ha introdotta alla musica seria. “La musica di oggi fa quasi tutta schifo, basta che pensi a quello che ascoltano i ragazzi di vent’anni”, aggiunge, anche se il tuo amico non è tanto d’accordo. Con quella musica di oggi che fa tutta schifo, Valeria forse intende anche l’elettronica di cui vai pazzo tu.

Dopo Silberland arriva Himmelblau.

Come anche la settimana prima, nel frattempo sulla strada davanti al locale sfila intenso il traffico delle sei di pomeriggio e qualcosa. Una sfilata di SUV e auto di lusso che corrono. Ma che corrono verso chi o che cosa? “Ma che lavoro fa questa gente?”, vi chiedete, mentre ruotate la testa ora a destra, ora a sinistra. Finalmente, verso le sette, arriva anche l’amica che stavate aspettando. Il traffico si è già molto diradato. Si va tutti a casa di Valeria.

Oh, siamo già alla brevissima Traumzeit, il pezzo che chiude il disco di Riechmann.

Si va tutti a casa di Valeria? Forse no, perché almeno tu chiedi al tuo amico che guida di riportarti alla bici. Vi salutate con un sonoro “Ci sentiamo!” pieno di speranza – da lunedì ci rinchiudono di nuovo tutti in casa, avete sentito tante e tante volte anche ieri. Appena inizi a pedalare, cominci a macinare quella domanda: Cosa rimarrà di oggi? Appena varcata la porta di casa, la risposta non tarda ad arrivare. È buio ormai, e soffia un vento che è come una scopa che spazza via tutto. Forse è per questo che oggi hai dovuto ritrarre Valeria. Certo dopo una lunga digestione notturna.

È finita anche Traumzeit. Non è un caso che anche oggi tu ti sia ascoltato tutto questo disco di musica fatta come di marmo azzurro. Traumzeit, ovvero tempo di sognare. Chiusi in casa. Ci sentiamo alla prossima, gente.

[inedito; dalla cartella “Diario del 2021”, inserito anche nella raccolta “Ritratti” (forse il lavoro di una vita)]

DiAlessandro Corrado Baila

Ognissanti

Ognissanti

Il crepuscolo del giorno di Ognissanti è stato un occhio, il sole rosso e freddo il suo iride. A est il vento preparava il temporale e le nuvole coprivano la metà esatta del cielo, neanche ci fosse passato in mezzo un coltello. Lungo un viale alberato del centro storico, sotto vecchie case dalle mura affrescate, sono passate una tromba e una fisarmonica a caccia di elemosine. Hanno camminato sul prato rosso del sintetizzatore che stava ascoltando uno degli inquilini di quelle vecchie case. Dai balconi è saltato dentro gli appartamenti il ricordo di quando in centro passava ancora la banda, di quando manine ancora troppo morbide per schioccare hanno applaudito per la prima volta, senza capire bene cosa fosse quella cosa così bella che si sentiva nell’aria. Dall’ultimo piano invece è scesa in strada una pioggia di monetine e subito dopo un’infinità di grazie ha fatto il percorso inverso. Ascoltare i musicanti senza vederli ha fatto dimenticare la ferocia dei loro sfruttatori.

Poi è cominciata la pioggia, l’occhio si è bagnato e la tromba e la fisarmonica sono svanite dietro l’angolo, lungo la discesa che porta in piazza. La gattina rossa che da un balcone miagolava giù verso i musicanti è balzata in salotto per non beccarsi una zaffata d’acqua. Le imposte si sono chiuse tutte insieme.

Adesso è buio e l’occhio si è chiuso, è calato il sipario sul giorno. Lo spettacolo è finito. Anzi no, lo spettacolo continua dentro, dietro palpebre da cui pendono lunghe ciglia.

[2013; dalla raccolta di racconti brevi “Una domenica di tanti anni fa” (2016); scritto ascoltando Equinoxe di Jean-Michel Jarre (1978)]

DiAlessandro Corrado Baila

“Voglio svegliare il mondo”

“Voglio svegliare il mondo”

“Ciao! Sono ancora cotto da ieri, Oggi ho praticamente dormito tutto il giorno”, ti dice un lunedì sera per messaggio il tuo nuovo amico Marco. Di Marco sentivi parlare da anni e anni, ma solo il giorno prima finalmente vi siete conosciuti. Vi siete conosciuti in montagna, ad un fiera della letteratura e delle arti visive, organizzata dalla responsabile di un’associazione culturale, che è letteralmente un vulcano di idee ed eventi.

Marco ha appena compiuto quarant’anni, è sul metro e 80, indossa scarpe, pantaloni e maglietta, tutti neri. Neri ha anche i capelli, un po’ lunghi, fin sotto le orecchie e la nuca. Solo qualche capello grigio. Occhi scuri, naso pronunciato, labbra spesse, viso dal colorito acceso. Il tuo nuovo amico combina la lettura di poesie con la performance. Tutt’altro che serafiche, le sue poesie parlano al pubblico e del pubblico, della nostra indignazione sterile o del nostro comodo guardare dall’altra parte. Leggi tutto

DiAlessandro Corrado Baila

A una festa di paese

A una festa di paese

Carta, carta, carta! Carta e penna rigorosamente nera. Questo ti serve adesso, un sabato notte caldo. Devi raccontare quello che hai visto e sentito fino a poco fa, a una festa dove sei andato con una tua amica e dove c’erano diverse persone che conoscete entrambi. Una festa di paese, prima con musica dal vivo e poi con uno spettacolo circense.

Arrivate presto tu e la tua amica, ma subito notate un clown con i baffetti neri, la faccia coperta di biacca e in testa una bombetta. Cammina avanti e indietro dal bar al campo sportivo questo artista, cammina ed esegue continuamente alla perfezione un gioco di gambe con in più un bastone da passeggio. “Buonasera”, dice anche a voi il clown, che poco dopo si rivelerà un abilissimo trapezista. Leggi tutto

Questo sito utilizza cookies tecnici necessari per il suo funzionamento, per fornire funzionalità dei social media e per analizzare il traffico. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi