Archivio degli autori Alessandro Corrado Baila

Il cappello di pelle nera

Il cappello di pelle nera 

Domenica 7 marzo 2021 h 16:22

Si può sapere che ti è successo ieri sera verso le sette? L’ultimo tratto di strada verso casa lo hai fatto in bici, con in testa un vero e proprio frullato di canzoni rabbiose da ascoltare subito, appena varcata la porta. Subito ti sei ascoltato Final Product dei Nevermore, 2005, con tutta quella doppia cassa e doppio pedale. Con quel refrain brevissimo, e We live in a time of revolution, una delle ultime frasi del testo. Subito dopo Born, sempre dei Nevermore, del 2005 anche quello, e infine Light-Years dei Queensryche, questa canzone metal del 2019 che da giorni ascolti almeno dieci volte al dì.

E che passaggi repentini ti fai in fatto di musica! Subito dopo aver saziato la tua voglia di pezzi metal rabbiosi, hai messo su Wunderbar di Wolfgang Riechmann, album del 1978. Musica bianca, azzurra e blu. Quella musica, quei colori, che ti ricordano tanto le poesie di Georg Trakl. Ascoltando l’attacco di Wunderbar, hai cominciato a chiederti cos’è rimasto di ieri, sabato, in compagnia prima a pranzo e poi in un locale allegro, economico e frequentato da tanti giovanissimi.

Wunderbar lo stai riascoltando anche adesso. Siamo ancora alla prima traccia, la title track.

Vi è passato veloce il tempo in quel locale birreria, anche perché siete arrivati verso le quattro e mezza e già prima delle sei il titolare sarebbe passato per tutti i tavoli a dire di andare via. Si e no un’ora e mezza dunque, ma tempo più che sufficiente a conoscere un po’ Valeria, una ragazza sui 35 anni, forse anche qualcosa di meno, vagamente punk, ma con stile. L’hai conosciuta tramite l’amico che ti ha portato in macchina fino al punto di ritrovo.

Adesso risuona Abendlicht.

Valeria è una ragazza alta, snella, e ieri in testa portava un capello di pelle nera, tirato un po’ all’indietro, con attaccata una spilla. Capelli scuri, un po’ mossi. Occhi castani, carnagione chiara. Indossava una giacchetta nera e pantaloni verde oliva, strappati sulle cosce e sulle ginocchia, con cucito sopra l’Union Jack. Ai piedi un paio di Converse All Star bianche e basse. Sulle spalle una sorta di collare di pelliccia color giallo paglierino. Parla molto la ragazza, è loquace, e tra un sorso di spritz bianco e l’altro continua a dire “Bombardieri su Beirut!”, come anche una sua amica, che le siede alla destra. Conversa molto anche con Sabina, una ragazza dai lunghi capelli biondi e lisci, quinto elemento della vostra combriccola di ieri pomeriggio. “Ti vedrei bene a qualche concerto punk a Berlino-Kreuzberg, alla fine degli anni ’80, magari”, dici a Valeria. Lei sembra prenderla bene.

È arrivato il turno di Weltweit.

Conversate tutti e cinque, dunque, e da quello che dice si capisce che Valeria adora ascoltare i CCCP, come anche gli Afterhours, o meglio “Gli After”, come li chiama lei. Con un po’ di sorpresa, capisci che la ragazza ha una figlia. Sennonché arrivano rapide le sei meno cinque e con esse l’ora di smammare, anche se c’è ancora tanta luce. Vi alzate e non puoi far a meno di notare che seduta c’è ancora una compagnia che spera di tracannare una caraffa di birra in quattro minuti. “Bombardieri su Beirut!”, continua la ragazza al momento di alzarsi.

Quarta traccia, si chiama Silberland.

Neanche un minuto dopo, vi ritrovate a chiacchierare fuori dal locale, tu, il tuo amico e Valeria. Lei insiste per andare a bere qualcosa a casa sua, ma dovete aspettare un’altra ragazza. Che si farà attendere un po’. Continuate a conversare allora, e Valeria dice che “Fa proprio schifo vivere così”. Poi vi parla di un suo amico che vive in Messico, e che da un anno è chiuso in casa. Vi interrogate su quando potrebbe tornare un po’ il mondo di prima, sì, per esempio i viaggi o i concerti dal vivo. O tutte e due le cose insieme. “Fino a tre anni fa ero una sbarbatella in fatto di musica”, continua la giovane, che poi però parla anche dell’amico che l’ha introdotta alla musica seria. “La musica di oggi fa quasi tutta schifo, basta che pensi a quello che ascoltano i ragazzi di vent’anni”, aggiunge, anche se il tuo amico non è tanto d’accordo. Con quella musica di oggi che fa tutta schifo, Valeria forse intende anche l’elettronica di cui vai pazzo tu.

Dopo Silberland arriva Himmelblau.

Come anche la settimana prima, nel frattempo sulla strada davanti al locale sfila intenso il traffico delle sei di pomeriggio e qualcosa. Una sfilata di SUV e auto di lusso che corrono. Ma che corrono verso chi o che cosa? “Ma che lavoro fa questa gente?”, vi chiedete, mentre ruotate la testa ora a destra, ora a sinistra. Finalmente, verso le sette, arriva anche l’amica che stavate aspettando. Il traffico si è già molto diradato. Si va tutti a casa di Valeria.

Oh, siamo già alla brevissima Traumzeit, il pezzo che chiude il disco di Riechmann.

Si va tutti a casa di Valeria? Forse no, perché almeno tu chiedi al tuo amico che guida di riportarti alla bici. Vi salutate con un sonoro “Ci sentiamo!” pieno di speranza – da lunedì ci rinchiudono di nuovo tutti in casa, avete sentito tante e tante volte anche ieri. Appena inizi a pedalare, cominci a macinare quella domanda: Cosa rimarrà di oggi? Appena varcata la porta di casa, la risposta non tarda ad arrivare. È buio ormai, e soffia un vento che è come una scopa che spazza via tutto. Forse è per questo che oggi hai dovuto ritrarre Valeria. Certo dopo una lunga digestione notturna.

È finita anche Traumzeit. Non è un caso che anche oggi tu ti sia ascoltato tutto questo disco di musica fatta come di marmo azzurro. Traumzeit, ovvero tempo di sognare. Chiusi in casa. Ci sentiamo alla prossima, gente.

[inedito; dalla cartella “Diario del 2021”, inserito anche nella raccolta “Ritratti” (forse il lavoro di una vita)]

Hot black isolation

Hot black isolation

Avevi appena compiuto diciannove anni, primi mesi di università. Un lunedì mattina prestissimo di dicembre, freddissimo. Ti alzi, ti lavi, poi ti vesti in fretta e vai in cucina a fare un po’ di colazione, ascoltando qualche notizia alla TV. Poi una corsa in bici verso la stazione, quando sembra ancora notte, a prendere il treno delle sei e mezza. Premendo forte sui pedali senti di sfuggita il fischio di qualche merlo e il miagolio di un gatto che cammina sul marciapiede. All’arrivo, in un attimo leghi la bici e poi vai a farti l’abbonamento nuovo. Sei un po’ in ritardo e facendo la fila pesti i piedi per terra. Infine un’altra corsa verso il convoglio, che parte neanche un minuto dopo che ci sei salito. Salvo qualche ritardo, anche stamattina alle otto e mezza sarai a lezione. La tua città è la stazione di partenza e sul treno c’è ancora poca gente. Poco distante da te, due studenti chiacchierano e si raccontano un po’ il loro weekend, mentre da qualche altra parte si sente suonare un cellulare. Stai per tirare fuori gli ultimi appunti, ma ecco che qualcuno ti saluta. “Ciao! Anche oggi su questo treno?”, ti dice Silvia, una ragazza che studia giapponese, e che dovrebbe avere uno o due anni più di te. Silvia non la conosci benissimo, ma vi siete incontrati già altre volte nella stessa circostanza. La ragazza è sul metro e 60 e porta i capelli biondi raccolti. È sempre vestita di scuro, un po’ da metallara, con gli stivali e la felpa dei Metallica o degli Opeth. Certe volte per cambiare anche dei Kraftwerk. Silvia si siede anche lei, un po’ vi parlate, ma siete appena alla prima stazione appena dopo la partenza. Poi lei tira fuori il suo lettore CD portatile futuristico per l’epoca e ci infila dentro un compact che non avevi mai visto. Tenti di concentrarti sugli appunti e su qualche schema, ma quello che senti non è uno dei soliti ascolti di Silvia. Non senti nè chitarra distorta nè batteria che pesta. Spazientito, alla seconda stazione dopo la vostra città le fai un cenno e le chiedi “Di chi è questo album?”. “Non è un album”, ti risponde lei dopo essersi tolta le cuffie, “è un EP di quest’anno, con la ex moglie di Phil Anselmo alla voce e alla chitarra. Dai, lo ascoltiamo insieme, cosa vuoi metterti a studiare a quest’ora?”. Ed ecco che parte il viaggio musicale.

Da qualche parte in Louisiana, forse non lontano dal confine con il Texas. Non lontano si fa per dire, perchè qui le distanze sono enormi. Autostrade vuote. La notte è come una cupola nerissima che occupa tutto il cielo. Buio pesto, Luna nuova e neanche una stella. E fa caldissimo. Non tira un filo d’aria da almeno due mesi. Sì e no a trenta miglia dalla città più vicina, in un punto sperduto si vedono delle luci. Una casa isolata, in legno, con fuori parcheggiati due pick-up e due vecchie Cadillac, appena visibili. Dev’essere anche questa la Louisiana della canzone dei Litfiba. Un po’ di luce esce solo da due piccole finestre ricavate tra le assi che cingono l’abitazione. Avvicinarsi. Si sente musica venire come da sotto. Nel piano interrato c’è uno studio di registrazione privato. Phil Anselmo è seduto a un tavolo scuro, di legno massiccio, e beve a gran sorsate un bicchierone di distillato clandestino, di quello che ti spacca la gola se non sei abituato. Vicino al bicchiere c’è una scatola di grossi sigari, come anche una bottiglia mezza vuota di whisky di puro malto. Poco distante da Phil invece, è seduta la sua ex moglie Stephanie, circondata dagli altri membri dei Southern Isolation. La cantante hai i capelli biondi, ma gli occhi scuri, e sul braccio destro porta un tatuaggio nero. Rossetto scuro. Nere ha anche le unghie, lunghe appena un paio di millimetri oltre i polpastrelli. È vestita di scuro. Atmosfera cupa. Le luci sono basse, c’è fumo, e la donna sta facendo l’ennesima prova di registrazione dell’EP che porta lo stesso nome della band. Stephanie quasi si spacca le mani sulla chitarra acustica, e intanto canta di nuovo il testo di Bluebird, la prima traccia del disco, il biglietto da visita del gruppo. Che deve essere perfetto. Ore e ore prima, tutta la band insieme ha deciso che quella sarà l’ultima notte in cui si registra. O la va o la spacca. Allora prova e riprova la cantante, suona, si interrompe, impreca. Stephanie ha la fronte sudata, le mani le fanno male, ma gli altri musicisti la incoraggiano.

“Take the moths off and breathe them in your mouth/ Dress you up in violet clothes, just take you to the sun/ And hide you from the rain, take you to the trees and all your dreams./ Lost you somewhere in the sky…. /”, dice la prima strofa.  “Gonna make you shine, so beautiful tonight/ Gonna make you shine, so bright tonight”, questo invece il testo del refrain.

“Dai, fatti due minuti di pausa e beviti un goccio anche tu”, le dice l’ex marito, ma lei rifiuta, è come in una fase ascetica. Nel frattempo sono passate ore. “Ma cos’è questo rumore che viene da fuori?”, chiede Stephanie. “Piove! Piove!”, le rispondono uno dopo l’altro gli altri membri della band. Gli occhi della cantante si illuminano. Parte un’altra prova, e adesso alla moglie di Phil le mani non fanno quasi più male. La voce le esce naturale come non mai, mentre il testo va perfettamente a ritmo con la musica. Dalla tastiera colano gocce di rugiada. “Yay!”, esclama Stephanie una volta finita la registrazione, “We made it!”, e subito dopo si alza trionfante, con le braccia tese verso il soffitto. Da fuori viene rumore di tuoni e di un acquazzone. I cinque i musicisti salgono rapidamente al piano terra e poi si buttano sotto la pioggia fittissima. Saltano, ballano, incuranti dei fulmini che potrebbero beccarsi in testa. “Southern people we are!”, cantano tutti, quasi in coro, sotto il temporale.

[2021; inedito; riferimento all’EP omonimo dei Southern Isolation (2001)]

Ognissanti

Ognissanti

Il crepuscolo del giorno di Ognissanti è stato un occhio, il sole rosso e freddo il suo iride. A est il vento preparava il temporale e le nuvole coprivano la metà esatta del cielo, neanche ci fosse passato in mezzo un coltello. Lungo un viale alberato del centro storico, sotto vecchie case dalle mura affrescate, sono passate una tromba e una fisarmonica a caccia di elemosine. Hanno camminato sul prato rosso del sintetizzatore che stava ascoltando uno degli inquilini di quelle vecchie case. Dai balconi è saltato dentro gli appartamenti il ricordo di quando in centro passava ancora la banda, di quando manine ancora troppo morbide per schioccare hanno applaudito per la prima volta, senza capire bene cosa fosse quella cosa così bella che si sentiva nell’aria. Dall’ultimo piano invece è scesa in strada una pioggia di monetine e subito dopo un’infinità di grazie ha fatto il percorso inverso. Ascoltare i musicanti senza vederli ha fatto dimenticare la ferocia dei loro sfruttatori.

Poi è cominciata la pioggia, l’occhio si è bagnato e la tromba e la fisarmonica sono svanite dietro l’angolo, lungo la discesa che porta in piazza. La gattina rossa che da un balcone miagolava giù verso i musicanti è balzata in salotto per non beccarsi una zaffata d’acqua. Le imposte si sono chiuse tutte insieme.

Adesso è buio e l’occhio si è chiuso, è calato il sipario sul giorno. Lo spettacolo è finito. Anzi no, lo spettacolo continua dentro, dietro palpebre da cui pendono lunghe ciglia.

[2013; dalla raccolta di racconti brevi “Una domenica di tanti anni fa” (2016); scritto ascoltando Equinoxe di Jean-Michel Jarre (1978)]

“Voglio svegliare il mondo”

“Voglio svegliare il mondo”

“Ciao! Sono ancora cotto da ieri, Oggi ho praticamente dormito tutto il giorno”, ti dice un lunedì sera per messaggio il tuo nuovo amico Marco. Di Marco sentivi parlare da anni e anni, ma solo il giorno prima finalmente vi siete conosciuti. Vi siete conosciuti in montagna, ad un fiera della letteratura e delle arti visive, organizzata dalla responsabile di un’associazione culturale, che è letteralmente un vulcano di idee ed eventi.

Marco ha appena compiuto quarant’anni, è sul metro e 80, indossa scarpe, pantaloni e maglietta, tutti neri. Neri ha anche i capelli, un po’ lunghi, fin sotto le orecchie e la nuca. Solo qualche capello grigio. Occhi scuri, naso pronunciato, labbra spesse, viso dal colorito acceso. Il tuo nuovo amico combina la lettura di poesie con la performance. Tutt’altro che serafiche, le sue poesie parlano al pubblico e del pubblico, della nostra indignazione sterile o del nostro comodo guardare dall’altra parte. Leggi tutto

A una festa di paese

A una festa di paese

Carta, carta, carta! Carta e penna rigorosamente nera. Questo ti serve adesso, un sabato notte caldo. Devi raccontare quello che hai visto e sentito fino a poco fa, a una festa dove sei andato con una tua amica e dove c’erano diverse persone che conoscete entrambi. Una festa di paese, prima con musica dal vivo e poi con uno spettacolo circense.

Arrivate presto tu e la tua amica, ma subito notate un clown con i baffetti neri, la faccia coperta di biacca e in testa una bombetta. Cammina avanti e indietro dal bar al campo sportivo questo artista, cammina ed esegue continuamente alla perfezione un gioco di gambe con in più un bastone da passeggio. “Buonasera”, dice anche a voi il clown, che poco dopo si rivelerà un abilissimo trapezista. Leggi tutto

Sulla linea tra giorno e notte.

Viaggio nel Veneto del benessere e della crisi

Autostrada per la follia

e altri viaggi musicali