Archivio degli autori Alessandro Corrado Baila

DiAlessandro Corrado Baila

Il gatto nero

Il gatto nero 

Il giorno è stato luce, certo, ma anche rumore, anche sudore. Oggi pomeriggio, dal centro storico sei sconfinato presto nella periferia della tua città. La periferia con le strade dove è pesantemente cementata la tua infanzia. Forse è stato solo qualche anno prima che il tuo Paese si impantanasse. Forse. È stata una giornata di settembre, di luce dorata, ma pesante, che ti gravava sulle spalle. Quasi ti pareva di sentire anche il peso dell’aria.

Adesso invece è buio già da un pezzo. Ciabatte, calzini di cotone e pantaloni lunghi e comodi. Ora è veramente settembre. Tarda sera color lapislazzuli. Cielo fertile. Da poco sei di ritorno da una villa in provincia di Treviso, dove una giovane scrittrice ha parlato del suo romanzo. Silvia – così si chiama l’autrice – è una donna giovane, snella, anzi, proprio in perfetta forma. Capelli castani fino alle spalle, indossa una maglietta e un paio di jeans stretti. Perfettamente a suo agio, anche se deve parlare con il microfono. Sennonché, per un qualche malinteso sull’orario, tu e un tuo amico poeta siete arrivati troppo tardi, e di tutta la chiacchierata con il responsabile della libreria interna alla villa non vi rimane che l’ultimo quarto d’ora. Che però basta per capire che la scrittrice crede nella sua opera, soprattutto quando parlando alterna continuamente immagini a sensazioni, fotografie a emozioni, paesaggi del cuore a stati d’animo. Finita la chiacchierata riguardante il suo romanzo, Silvia non manca di ringraziare e poi salutare tutti quelli che sono venuti a sentirla. Dopo il cibo per la mente, arriva subito anche quello per il corpo, tra pizze, tramezzini, birra, vino, spritz e caffè. Un gatto nero cammina su una panca e per un attimo si lascia coccolare sulla schiena da una signora bionda, poi salta giù e si confonde con il buio.

Dunque siete in una villa veneta. E se foste tutti lì, tutti insieme? Tutti, sì, tutti quelli che nella villa hanno vissuto da quando è stata costruita secoli fa, nobili come servi, gran dame vestite alla moda del ‘700 come funzionari della Repubblica di Venezia, e poi ancora gli stallieri con i loro cavalli, gli animali da cortile e i contadini che devono aver coltivato i campi che un tempo c’erano tutt’intorno. I sacerdoti che hanno detto messa nella chiesetta all’interno del parco. Le guerre napoleoniche, la sconfitta, la villa che si ritrova nel Lombardo-Veneto dominato dagli Asburgo d’Austria, poi invece l’Unità d’Italia, e infine il restauro del 1876. Decine di generazioni. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e ne passerà ancora. Chi siederà tra un secolo dove siete stati poco fa? Di cosa parleranno quelle persone? Saranno persone che parleranno?

Un momento. Perché stai ascoltando proprio quella sonata di Vivaldi che si intitola La Follia? Forse lo capirai stanotte in sogno, ascoltando qualche voce enigmatica.

Fatto sta comunque che tu e il tuo compare siete arrivati in ritardo, e dopo un giro di conoscenze, due parole con i presenti e una birra, il tuo amico ti chiede di tornare. Anche perché lui è sposato, e a casa ha un figlio piccolo che lo aspetta. Ma certo! Lui ha famiglia, mica è un sociopatico senza emozioni come te! E così, dopo un paio di minuti rimontate in una macchina quasi nuova, che va liscia come l’olio e non fa quasi rumore. Poco prima di arrivare, chiedi al tuo compare di lasciarti all’ingresso di un bel locale, dove hai intenzione di andare a trovare quello dei tre gestori che tiene il bar dal tardo pomeriggio a notte. Certo non senza gustarti una bionda bavarese. Dal bancone alla cucina vola letteralmente avanti e indietro una ragazza alta, anche lei snella, tutta vestita di nero, mascherina compresa. Neri ha anche i capelli, con la frangetta in fronte, lunghi fino alle spalle gli altri. I capelli le ondeggiano mentre a passo rapidissimo va da un punto all’altro del locale. “Finalmente è arrivata la mia guardia del corpo!”, esulta la barista, non appena vede in piedi al bancone un ragazzo robusto, che domani compirà trent’anni. “Cosa ti preparo?”, gli chiede lei. “Meglio se iniziamo con un caffè”, risponde lui. Poi il tipo robusto saluta e batte la mano sulla spalla a un ragazzo con i baffi castano scuro e i capelli lunghi raccolti. “Come va, amico mio di sempre?”, gli chiede. “Come vuoi che vada”, risponde l’altro, guardando anche il gestore del locale, “Fino a pochi anni fa ci vedevamo ogni giorno anche con gli altri, ma adesso, con questa situazione qui ho cominciato a perdere contatti su contatti, cazzo!” “Allora subito una birra doppio malto per consolare il mio amico di sempre!”, dice il quasi trentenne, guardando in alto e con le braccia aperte.

Seduto fuori, senti senza volerlo una discussione tra un ragazzo e una ragazza, che, soprattutto a quanto dice lei, non sono molto d’accordo sul tipo di relazione che vogliono vivere. “Solo amici, dai, va bene così, no?”, dice lei, ma lui china il capo e forse vorrebbe buttare fuori qualcosa di diverso. Poi si sporge verso di lei, mentre la ragazza volta la testa dall’altra parte. Sarà per quello che bevi in fretta, paghi e te ne vai via a piedi verso casa? A piedi verso casa con l’intenzione di scrivere. Prima di scrivere però, ti abbandoni all’ascolto di un lungo tappeto sonoro.

[dalla cartella “Diario del 2020-21“, work in progress]

DiAlessandro Corrado Baila

L’autostrada vuota

L’autostrada vuota 

Poche ore fa, al concerto a Padova. Il batterista del primo gruppo fa passaggi così veloci che neanche si vedono le bacchette. Quello del secondo gruppo invece, esegue diverse parti stoner. A questo punto ti chiedi: “Siamo davvero nel 2021? O piuttosto cinquant’anni fa?” Ti interroghi un po’, ma nel frattempo un’ombra ti sfiora sulla schiena. Subito dopo, un’unghia ti bussa al fianco destro. “Eh? Ma chi è?”, ti chiedi girandoti, ma il buio avvolge la sagoma misteriosa, che un attimo dopo è già scomparsa. In realtà sei andato al concerto solo per sentire il basso. Per sentirlo scandire il ritmo del tuo cuore. E invece hai sentito molto di più! Mentre orecchini antichi si fanno soli, che presto vengono inghiottiti da un buco nero. I volti vecchi di milioni di anni di alcune stelle. Sulla destra del palco, un chitarrista giovane e talentuoso trova la sua strada, proprio nel 2021, proprio in Italia. Ricordo di notti dell’adolescenza, notti gelide e musica fino a tardi. La cantante è statuaria e porta una abito nero, come i suoi capelli. Degna di essere raffigurata nell’antico Egitto. Durante le lunghe parti strumentali, agita la testa a destra e a sinistra, e i capelli le coprono il volto ondeggiando. Ovunque ti guardi intorno, vedi corpi e volti di persone che assomigliano tantissimo a gente che conosci. E chi è quel ragazzo in pantaloncini e maglietta, che muove su e giù la testa al ritmo della batteria? Ti verrebbe quasi voglia di chiedergli chi è, dove abita, che vita faccia mai. Nel frattempo, due culi ubriachi, che gradiscono molto la musica, battono continuamente al vostro tavolo. Sono un culo maschile, bello grosso, e un altro femminile, di dimensioni più ridotte. Un bravo ragazzo di 27 anni, con gli occhi luminosi, i ricci scuri e una maglietta metal, è come rapito dal concerto. In certi momenti se ne sta immobile ad ascoltare, con la testa verso l’alto e gli occhi e la bocca spalancati, in altri frangenti muove anche lui la testa su e giù. “Se la situazione tiene, il nuovo album dovrebbe uscire quest’anno, altrimenti a inizio 2022”, vi dice questo ragazzo, che ha finito di lavorare alle nove e per arrivare in tempo al concerto si è fatto anche una corsa in auto.

Al ritorno vi ascoltate tutto un album dal sound violentissimo. Kiss Of Death, Night Of Violence, Make ‘em Bleed, Hunt You Down, così si chiamano alcune canzoni. Intanto percorrete un nuovo tratto di autostrada. Che è deserto. Non incrociate un auto che sia una. Superate solo qualche vecchio camion. E all’improvviso quell’odore acre, come di plastica o gomma bruciata. Nel cervello fa subito capolino un sospetto. Un sospetto cui non manca molto per diventare certezza.

[Sabato 17 luglio 2021 h 2:55 AM – senza ascoltare nulla – riferimento a Futurist di Alec Empire (2005); dalla cartella “Diario del 2021” – work in progress]

DiAlessandro Corrado Baila

Fortuna che sto meglio di te!

Fortuna che sto meglio di te!

Estate, notte fonda, sono le due, o forse anche le tre. Fa caldo anche a quest’ora. Dalla strada filtra il rumore di qualche auto di passaggio e il miagolio di qualche gatto. Un uomo che vive da solo in un miniappartamento si sveglia. Forse ha sognato qualcosa, forse in sogno gli ha parlato la voce di qualche persona amata, ma non si ricorda. Si gira sul fianco destro, poi su quello sinistro, tentando di riaddormentarsi, ma gli occhi gli rimangono sempre aperti e si riempiono di buio come di un liquido nero. “Basta, io mi alzo, torno a letto dopo”, si dice l’uomo, perché in quel momento si sente sveglio come se avesse dormito sodo otto o anche nove ore. Si alza e per prima cosa va un paio di minuti sotto l’acqua fredda della doccia, poi si infila un paio di pantaloncini corti e maglietta, entrambi neri. Subito dopo, dal frigo tira fuori una bottiglia di succo di frutta industriale per rinfrescarsi un po’ bocca e gola, fa un paio di sorsi e infine inspira ed espira profondamente, prima piegando le braccia all’indietro, poi tendendole in avanti. Segue una sigaretta corretta con una spruzzatina d’erba OGM. Il nottambulo se ne torna in bagno e si guarda ad uno specchio decorato, che gli è stato regalato da un amico che ha ristrutturato un vecchio bar. “Dewar’s Finest Scotch Whisky”, c’è scritto sullo specchio, “Distillers, Perth, Scotland”. L’uomo si passa prima la mano sulla barba da fare sul mento e sul collo, poi diverse volte sui capelli bianchi, avanti e indietro. Spalanca gli occhi, avvicina lo sguardo allo specchio, sospira e poi a mezza voce dice “E così oggi sarebbero proprio 60, eh?”. “Ma sono contento, e sai perché?”, continua, parlando alla sua immagine allo specchio, “Sono contento perché sto meglio di te, molto meglio.” Un attimo dopo, l’immagine allo specchio scoppia in una risata crassa, che mostra per bene il palato e tutti i denti fino ai molari, e poi risponde con rabbia: “Tu non sai niente, non hai mai saputo niente di niente! Ti ho visto danzare allegro nel fuoco, sotto una luna color cremisi, l’oceano mormorava sulla spiaggia e faceva eco a rovine disabitate. Ormai dal cuore ti sgorga solo una luce fioca, mentre la tua ombra inghiotte tutto al tuo passaggio e rende gelida tenebra anche il mattino più radioso! Punisci tutti a ogni tua parola, sei un flagello che martoria l’anima e la carne, perché da quando eri giovane hai sempre peccato ogni giorno senza vergogna: non hai mai voluto essere felice! Che tu sia infelice per l’eternità!”

[Dalla cartella “Diario del 2021” (venerdì 18 giugno) – riferimento al testo di Better Than You e di You Know Nothing dei Swans (1991); forse ispirato anche alla copertina del primo album dei King Crimson e a Mirror Mirror dei Candlemass (1988)]

DiAlessandro Corrado Baila

Lontano dal tramonto – incipit

Lontano Dal Tramonto è il nuovo romanzo scritto a quattro mani da Alessandro Corrado Baila e Luciano Da Ros. Si potrebbe dire un esperimento di scrittura molto più diurna e realistica rispetto ai primi tre capitoli dei Racconti del Terzo Occhio. Con un finale a sorpresa e i consueti riferimenti alla musica.

Lontano dal tramonto – incipit

Un gelido lunedì notte di gennaio, un tale di nome Matteo Rossi, che andava ormai verso i quarant’anni, sentì alle 4 precise il suono della sveglia. Accese la luce sul comodino e prima di alzarsi accarezzò un po’ i capelli alla moglie Paola, che era un paio d’anni più giovane di lui, poi le sussurrò nell’orecchio uno stanco “Dormi, amore, dormi.” Nel dormiveglia, la moglie rispose “Dai, stai qui ancora un po’…”, ma come sempre lui le disse “Lo sai che non posso, amore, lo sai…”. Poi si alzò, si preparò in fretta e dopo un veloce caffè salì nella sua vecchia utilitaria. Accese la radio per sentire un po’ di musica o qualche notizia, anche se già da tempo soprattutto le notizie lo infastidivano e basta. Poi partì e pian piano si avviò verso il posto di lavoro. Le strade che percorse quella notte erano deserte e silenziose, come possono esserlo le strade di una cittadina di provincia, molto prima che sorga il sole e il traffico dei lavoratori riempia l’aria di rumore e di gas. Guidando verso l’ipermercato dove era atteso per l’inventario, incrociò una sola auto sulla sua strada. Alla radio ebbe la fortuna di sentire una vecchia hit dei suoi vent’anni, che gli ricordò di quando frequentava l’università e con i compagni di studi parlava di un futuro molto diverso dal presente di quel lunedì notte.

Dopo una ventina di minuti, Matteo arrivò al parcheggio del posto di lavoro. Davanti a lui e ai colleghi che scendevano dalle auto, si stagliava muto e mostruoso un ipermercato enorme e anonimo, dove tutto il personale veniva assunto solo tramite contratti a termine. Non solo per risparmiare sui contributi, ma anche perché, come dicevano i dipendenti ai neoassunti, “Qui resisti al massimo un anno, un anno e mezzo se proprio hai due palle d’acciaio.” Il marito di Paola invece lavorava in quell’ipermercato da quasi tre anni. “Vivo di sei mesi in sei mesi”, era solito dirsi a mezza voce anche sul posto di lavoro, mentre riempiva in fretta uno scaffale dopo l’altro, oppure tornando a casa dopo aver firmato un altro contratto a termine. “Vivo di sei mei in sei mesi”, si diceva spesso a mezza voce, come se fosse stato un operato di tumore che ogni tot tempo deve presentarsi ai controlli medici, sempre con l’ansia di una ripresa di malattia.

Forse Matteo non aveva esattamente due palle d’acciaio, ma nemmeno molta scelta. C’era il mutuo da pagare per l’appartamento, e Paola non trovava altro che lavori saltuari e malpagati da quando aveva messo al mondo il piccolo Luca. Nonostante tutti quei contratti a termine poi, l’ipermercato era uno dei pochissimi posti in zona a pagare regolarmente, anche se poco in realtà, e dai discorsi che si sentivano in giro su altre aziende bastava poco a capire che i dipendenti di quell’enorme punto vendita erano diventati quasi dei privilegiati. Dei privilegiati a dover lavorare quasi senza respiro dalla mattina alla sera, anche la domenica, con il giorno libero passato quasi solo a dormire e poco altro, in una succursale dello sfruttamento selvaggio.

[…]

Dieci ore al giorno, anche la domenica, dieci ore al giorno per meno di 1.200 Euro al mese, questo era il meglio che era riuscito a trovare Matteo. Certo aveva un giorno libero, ma la mattina di quel giorno se ne stava a letto fino a tardi e poi non aveva voglia di fare nulla, solo di stare sul divano e intontirsi un po’ ascoltando la TV. La sera poi c’era quasi sempre da andare a letto presto. Ogni tanto si chiedeva da quanto tempo non uscisse neanche un paio d’ore con qualche vecchio amico per raccontarsela un po’ e bersi una birra.

[…]

Arrivato dunque al lavoro per l’inventario, Matteo scese dall’auto e in fretta si avviò all’entrata per sottrarsi alle frustate di un ventaccio gelido. Dalla parte opposta vide arrivare un collega, Luciano, che aveva circa sessant’anni. Prima di iniziare a lavorare all’ipermercato, per quasi venticinque anni era stato titolare di una carrozzeria con alcuni soci. Ora invece i locali della carrozzeria erano vuoti da diversi anni, dopo che negli ultimi mesi erano rimasti solo lui ed un unico socio. Eppure non aveva mai perso il sorriso, nonostante la fine della sua carriera di piccolo imprenditore si fosse portata dietro anche il naufragio del matrimonio e la separazione dalle due figlie adolescenti.

“Ehilà Teo, come butta? Cos’hai fatto l’ultimo dell’anno?”, chiese Luciano, con voce squillante e gli occhi vispi nonostante la levataccia.

“L’ultimo dell’anno? Ho bevuto un bicchiere di prosecco e sono andato a letto alle dieci, non ho neanche sentito i botti da quanto stanco ero…”

“Cazzo, Teo, ma chi è che c’ha sessant’anni qua, tu o io?”

“Perché? Dai, sentiamo, tu cos’hai fatto l’ultimo?”

“Sono stato in montagna con le mie figlie e la mia compagna. Mangiato benissimo e pagato un cazzo. Siamo andati anche a farci una ciaspolata la mattina del primo.”

“Wow …”

“Dai, Teo, basta sempre con ‘sto cattivo umore … Perché non …”

“Luciano, senti, oggi è non è giornata… Oggi proprio no. Che tra l’altro è ancora notte poi… Leviamoci dalle palle ‘sto cazzo di inventario e morta lì.”

“Ok… Ci vediamo dopo.”

“A dopo.”

 

Anche se era di nuovo stato scontroso con Luciano, c’è da dire che Matteo invidiava spesso il suo collega. Soprattutto gli invidiava la voglia di scherzare e la battuta sempre pronta, che aveva anche durante le giornate più pesanti. […] Ora che Luciano aveva un lavoro con contratto invece, il suo collega più giovane si chiedeva spesso quanto gli rimanesse dello stipendio, una volta pagati l’affitto e il mantenimento delle figlie. Matteo invece era oltre vent’anni più giovane di Luciano e viveva con la moglie e il figlio. A confronto del suo collega avrebbe potuto tranquillamente dirsi fortunato. Eppure, ogni volta che si parlavano, anche di argomenti seri, Luciano gli appariva molto più felice di lui, come se fosse stato capace di prendere sempre la vita così come veniva, come un gioco, con una leggerezza che a tanti colleghi era del tutto sconosciuta.

[incipit del nuovo romanzo “Lontano dal tramonto”, di Alessandro Corrado Baila e Luciano Da Ros, 2o21]

disponibile alla Libreria La Bassanese, alla Piccola Libreria Andersen di Marostica, al Bar Pio 10° in Via San Pio X a Bassano del Grappa e al link https://www.ebay.it/itm/184829414488 , oppure contattandoci direttamente all’indirizzo ale.corr.baila@gmail.com

Ed ecco a voi un pezzo a tema, visto che il protagonista Matteo ama molto il jazz…

 

 

DiAlessandro Corrado Baila

Lost in time

Lost in time 

Domenica 25 aprile 2021 h 18:48 – ascoltando prima Blood On My Hands e My Last Sunrise dei Demons And Wizards (1999) e poi A Blessing Of Tears di Robert Fripp (1995)

Persi nel tempo siamo, dispersi.

Corriamo, ansimiamo verso il futuro, a rotta di collo. Corriamo verso una nebbia grigia, che si allontana a ogni nostro passo.

Dietro di noi si allontana anche il passato, il mondo di prima.

Terra di nessuno.

Ecco il nostro brave new world. Anni recenti sono già storia vecchia. Libri impolverati.

Camminiamo per campi riarsi, pieni di stoppie, con i raggi del sole che ci tagliano sulle schiena e sulle spalle. Su quei campi bruciano giorno e notte cadaveri, che rischiarano il buio di una luce sinistra. Le nostri notti, simili a sfere metalliche, enormi e vuote. Bruciano le certezze effimere del passato.

Iris sfioriscono chinando il capo. I petali si fanno nerastri.

Battono campane stanche e scrostate, mentre chiese sono piene di sonnambuli che vagano di qua e di là. Navate invase di nuvole di mosche, che ronzano e roteano continuamente gli occhi rossi. Il legno delle panche imputridisce e cade a pezzi a terra, sul pavimento coperto di polvere e cellule morte.

Bambini dagli occhi spalancati si guardano intorno e fissano il mondo in cui cresceranno. Poi guardano dritto negli occhi dei grandi, a cercare risposte nelle loro pupille, ma gli adulti tacciono, abbassano la testa e non vogliono raccontare.

(dalla cartella “Diario del 2021“, work in progress)

DiAlessandro Corrado Baila

Gran bella foto (per tempi di merda)

Gran bella foto (per tempi di merda) 

Giovedì 15 aprile 2021 h 16:32

Gran bella foto, eh? Per tempi di merda, s’intende, naturalmente!”, ti ha detto giusto stamattina il tuo amico Marco, che lavora al mercato del giovedì nel centro storico della vostra cittadina. La foto che ti mostra è stata scattata all’interno della cooperativa sociale agricola dove lavora il ragazzo, che ogni settimana si può trovare a uno dei banchi dove sono in vendita frutta e verdura. L’immagine è stata scattata per la pagina dove Marco si fa conoscere come poeta e performer. “Vedi? Apposta mi sono fatto prendere di schiena”, continua il tuo amico, “Proprio una foto in accordo con questi anni, non credi?”. “Perché?”, gli rispondi tu, “Hai i piedi ben saldi a terra mi pare invece, e anche la colonna ben dritta… Chissà che espressione avevi in viso…”. Forse un po’ stupito da questa tua interpretazione inaspettata, il ragazzo cambia un po’ argomento ti dà anche una dritta musicale, come ogni volta o quasi che parlate quando vai a trovarlo sul lavoro. Halber Mensch degli Einstürzende Neubauten, 1985, questo l’album che Marco ascolta da giorni in continuazione. “Anche i testi sono bellissimi, leggiteli!”, aggiunge.

Un halber Mensch, dunque, un mezzo uomo, un uomo dimezzato in altre parole, che è anche la title track che ti stai ascoltando ora. Anche a leggerlo con calma, il testo non è per nulla facile. Ed è cantato – o meglio, recitato – in maniera tagliente, acuminata, come se gli interpreti avessero in bocca solo denti canini e li mettessero proprio in bella vista.

Forse che un po’ dimezzato ti senti anche tu? Diviso, strappato, strattonato tra mondi diversi. Questi einstürzende Neubauten poi, questi edifici nuovi che crollano. Il mondo che vi crolla addosso? Un pezzettino alla volta però, lentamente, giorno dopo giorno. Cosicché ogni mattina di un nuovo giorno fai anche tu il callo alla tegola che ti è caduta in testa il giorno prima. In modo da abituarti meglio, come in un baratro in cui continuiamo a scivolare, ma anche a trovare tutta una serie di piccole piacevolezze e consolazioni compensatorie. “C’è tanto meno traffico adesso”, dice una signora, mentre aspetta il suo turno al banco della verdura. “Come no! E adesso per fortuna non ci sono neanche più tutti quegli ubriaconi che si sentono di notte”, le dà man forte un’amica.

E poi verwesen, l’ultima parola del testo di Halber Mensch. Verwesen, questa parola che ricorre anche in tante poesie di Georg Trakl, questo sfarsi, marcire, decomporsi, come se per metà fossimo già morti quando il mondo crolla per tutti, ma invece ci isoliamo e innalziamo muri. Che ci impediscono di vedere il cielo, il nuovo, le opportunità che, come il rovescio della medaglia, arrivano anche nei momenti più neri. Forse è anche questo che Marco vuole comunicare con le sue performance.

Una mattina al mercato in centro, una giornata come d’argento, tagliente come questi giorni di una primavera che non si decide ad arrivare, o come le nuvole che se stanno lì, appollaiate in cielo, senza decidersi a buttare giù la pioggia. Andirivieni su e giù dalle piazze, più qualcuno che si abbandona a dichiarazioni al microfono della TV locale. L’aria tintinna e profuma ancora un po’ d’inverno, mentre tante e tante mani scambiano ogni sorta di prodotti con denaro contante. “È un mio amico, trattalo bene, mi raccomando”, dice Marco al suo collega, che subito dopo ti porge la tua borsa di verdure.

In cima alla piazza più in alto, ti fermi e ti giri a guardare. E ad ascoltare. La gente vive, la gente cerca di vivere nonostante tutto. A te, al tuo amico performer e a tutti quelli che animano il vociare del centro, nelle vene scorrono ancora il sangue e la volontà di continuare a vivere.

[dalla cartella “Diario del 2021”]

Un ascolto anch’esso in tema con il sentirsi dimezzati, arrivato come un fulmine per associazione di idee:

“La parte sinistra è ormai coperta dal ghiaccio, quella destra si getta da sola all’attacco…”

DiAlessandro Corrado Baila

Il cappello di pelle nera

Il cappello di pelle nera 

Domenica 7 marzo 2021 h 16:22

Si può sapere che ti è successo ieri sera verso le sette? L’ultimo tratto di strada verso casa lo hai fatto in bici, con in testa un vero e proprio frullato di canzoni rabbiose da ascoltare subito, appena varcata la porta. Subito ti sei ascoltato Final Product dei Nevermore, 2005, con tutta quella doppia cassa e doppio pedale. Con quel refrain brevissimo, e We live in a time of revolution, una delle ultime frasi del testo. Subito dopo Born, sempre dei Nevermore, del 2005 anche quello, e infine Light-Years dei Queensryche, questa canzone metal del 2019 che da giorni ascolti almeno dieci volte al dì.

E che passaggi repentini ti fai in fatto di musica! Subito dopo aver saziato la tua voglia di pezzi metal rabbiosi, hai messo su Wunderbar di Wolfgang Riechmann, album del 1978. Musica bianca, azzurra e blu. Quella musica, quei colori, che ti ricordano tanto le poesie di Georg Trakl. Ascoltando l’attacco di Wunderbar, hai cominciato a chiederti cos’è rimasto di ieri, sabato, in compagnia prima a pranzo e poi in un locale allegro, economico e frequentato da tanti giovanissimi.

Wunderbar lo stai riascoltando anche adesso. Siamo ancora alla prima traccia, la title track.

Vi è passato veloce il tempo in quel locale birreria, anche perché siete arrivati verso le quattro e mezza e già prima delle sei il titolare sarebbe passato per tutti i tavoli a dire di andare via. Si e no un’ora e mezza dunque, ma tempo più che sufficiente a conoscere un po’ Valeria, una ragazza sui 35 anni, forse anche qualcosa di meno, vagamente punk, ma con stile. L’hai conosciuta tramite l’amico che ti ha portato in macchina fino al punto di ritrovo.

Adesso risuona Abendlicht.

Valeria è una ragazza alta, snella, e ieri in testa portava un capello di pelle nera, tirato un po’ all’indietro, con attaccata una spilla. Capelli scuri, un po’ mossi. Occhi castani, carnagione chiara. Indossava una giacchetta nera e pantaloni verde oliva, strappati sulle cosce e sulle ginocchia, con cucito sopra l’Union Jack. Ai piedi un paio di Converse All Star bianche e basse. Sulle spalle una sorta di collare di pelliccia color giallo paglierino. Parla molto la ragazza, è loquace, e tra un sorso di spritz bianco e l’altro continua a dire “Bombardieri su Beirut!”, come anche una sua amica, che le siede alla destra. Conversa molto anche con Sabina, una ragazza dai lunghi capelli biondi e lisci, quinto elemento della vostra combriccola di ieri pomeriggio. “Ti vedrei bene a qualche concerto punk a Berlino-Kreuzberg, alla fine degli anni ’80, magari”, dici a Valeria. Lei sembra prenderla bene.

È arrivato il turno di Weltweit.

Conversate tutti e cinque, dunque, e da quello che dice si capisce che Valeria adora ascoltare i CCCP, come anche gli Afterhours, o meglio “Gli After”, come li chiama lei. Con un po’ di sorpresa, capisci che la ragazza ha una figlia. Sennonché arrivano rapide le sei meno cinque e con esse l’ora di smammare, anche se c’è ancora tanta luce. Vi alzate e non puoi far a meno di notare che seduta c’è ancora una compagnia che spera di tracannare una caraffa di birra in quattro minuti. “Bombardieri su Beirut!”, continua la ragazza al momento di alzarsi.

Quarta traccia, si chiama Silberland.

Neanche un minuto dopo, vi ritrovate a chiacchierare fuori dal locale, tu, il tuo amico e Valeria. Lei insiste per andare a bere qualcosa a casa sua, ma dovete aspettare un’altra ragazza. Che si farà attendere un po’. Continuate a conversare allora, e Valeria dice che “Fa proprio schifo vivere così”. Poi vi parla di un suo amico che vive in Messico, e che da un anno è chiuso in casa. Vi interrogate su quando potrebbe tornare un po’ il mondo di prima, sì, per esempio i viaggi o i concerti dal vivo. O tutte e due le cose insieme. “Fino a tre anni fa ero una sbarbatella in fatto di musica”, continua la giovane, che poi però parla anche dell’amico che l’ha introdotta alla musica seria. “La musica di oggi fa quasi tutta schifo, basta che pensi a quello che ascoltano i ragazzi di vent’anni”, aggiunge, anche se il tuo amico non è tanto d’accordo. Con quella musica di oggi che fa tutta schifo, Valeria forse intende anche l’elettronica di cui vai pazzo tu.

Dopo Silberland arriva Himmelblau.

Come anche la settimana prima, nel frattempo sulla strada davanti al locale sfila intenso il traffico delle sei di pomeriggio e qualcosa. Una sfilata di SUV e auto di lusso che corrono. Ma che corrono verso chi o che cosa? “Ma che lavoro fa questa gente?”, vi chiedete, mentre ruotate la testa ora a destra, ora a sinistra. Finalmente, verso le sette, arriva anche l’amica che stavate aspettando. Il traffico si è già molto diradato. Si va tutti a casa di Valeria.

Oh, siamo già alla brevissima Traumzeit, il pezzo che chiude il disco di Riechmann.

Si va tutti a casa di Valeria? Forse no, perché almeno tu chiedi al tuo amico che guida di riportarti alla bici. Vi salutate con un sonoro “Ci sentiamo!” pieno di speranza – da lunedì ci rinchiudono di nuovo tutti in casa, avete sentito tante e tante volte anche ieri. Appena inizi a pedalare, cominci a macinare quella domanda: Cosa rimarrà di oggi? Appena varcata la porta di casa, la risposta non tarda ad arrivare. È buio ormai, e soffia un vento che è come una scopa che spazza via tutto. Forse è per questo che oggi hai dovuto ritrarre Valeria. Certo dopo una lunga digestione notturna.

È finita anche Traumzeit. Non è un caso che anche oggi tu ti sia ascoltato tutto questo disco di musica fatta come di marmo azzurro. Traumzeit, ovvero tempo di sognare. Chiusi in casa. Ci sentiamo alla prossima, gente.

[inedito; dalla cartella “Diario del 2021”, inserito anche nella raccolta “Ritratti” (forse il lavoro di una vita)]

DiAlessandro Corrado Baila

Voglia di silenzio

Voglia di silenzio 

Eccoci nella grande città. Enorme, anonima, tentacolare. Rumore di clacson a incroci congestionati, gente che ha fretta, gente che si droga di frenesia, perché di fermarsi ha quasi più paura che della morte. Ci si alza presto, un caffè, due parole, poi si va al lavoro. Si torna a casa che è già buio, magari dopo un paio di drink forti in qualche localaccio negli outskirts. La mattina dopo è tutto un rientrare nei propri schemi, come scimmie da laboratorio che si dimenano, rinchiuse in gabbie d’acciaio. Pioggia calda e battente, come in quel film del ’95 con Brad Pitt, Seven si chiama, no?

Si torna a casa magari ascoltando questo album distopico, classificato come stoner o anche doom metal. I piatti della batteria infuriano, mentre i bassi fanno tremare le pareti. Le fanno tremare, ma per chi? Nessuno sente, nessuno ascolta, tranne chi di notte non riesce più a chiudere occhio e vive tutta un’allucinazione rosso porpora dal crepuscolo all’alba, poi gialla quando il sole è alto, e infine digradante verso l’azzurro e poi il viola quando finalmente si fa di nuovo strada la sera.

Questo genere è nato tutto da Vol. 4 dei Black Sabbath”, ti dice l’amico che ti ha regalato questo CD stoner. Vol. 4, 1972, come no, trasportato però prima nel 2018 e poi in questo 2021. Il regalo lo hai ricevuto l’altro ieri, forse il giorno più freddo dell’anno. L’ennesimo giorno del tempo-non-tempo. Dopo il pranzo in trattoria, improvvisate pure un mini rave. Al gelo. Fortuna che alla fine ci scappa un caffè caldo. Musica dei Can, Tago Mago, ma poi siete passate rapidamente ai Sepultura e infine a questo The Sciences degli Sleep.

Prima di improvvisare quel mini party abusivo, andate a bere un amaro in un bar di periferia. Dentro la televisione, ministri firmano i rispettivi incarichi per un altro governo presieduto da un banchiere. Storia o solo spettacolo? Fatto sta che non c’è l’audio, mentre in sottofondo la radio manda una specie di R&B di plastica, musica 100% finta, un po’ come una caramella gommosa che non si riesce mai a finire di masticare e impiastriccia i denti. Dai commenti degli avventori si capisce che continueremo a vivere, anche nonostante questo, come abbiamo sempre fatto. In un modo o nell’altro ce la faremo ad andare avanti.

Verso le otto di sera vi separate, fuori è sotto zero. Questione del coprifuoco per uno di voi. Poco dopo sei a casa anche tu.

Dopo un altro ascolto dall’inizio alla fine del CD degli Sleep, è tempo di qualche ascolto jazz che ti faccia sprofondare per bene nella sera di questo freddo sabato di febbraio. In A Silent Way di Miles Davis, per esempio. In testa però ti suona ancora la distopia quotidiana. Voglia di silenzio. Le voci discrete dei vicini che si preparano alla notte. Appena fuori da casa tua, una coppia passeggia con un gran cane tutto bianco, chiacchiera allegramente, tutto bene dai, e intanto beve la distopia goccia a goccia, pian piano, giorno dopo giorno.

La sera è il momento di tirare le fila. Che senso ha avuto questa tua giornata del 2021? Si può sapere? Tirare le fila, magari stando stesi a letto, in attesa di non si sa bene cosa, facendo finta di muovere burattini con le mani.

[dalla cartella “Diario del 2021” (work in progress); scritto ascoltando The Sciences degli Sleep (2018)]

DiAlessandro Corrado Baila

Hot black isolation

Hot black isolation

Avevi appena compiuto diciannove anni, primi mesi di università. Un lunedì mattina prestissimo di dicembre, freddissimo. Ti alzi, ti lavi, poi ti vesti in fretta e vai in cucina a fare un po’ di colazione, ascoltando qualche notizia alla TV. Poi una corsa in bici verso la stazione, quando sembra ancora notte, a prendere il treno delle sei e mezza. Premendo forte sui pedali senti di sfuggita il fischio di qualche merlo e il miagolio di un gatto che cammina sul marciapiede. All’arrivo, in un attimo leghi la bici e poi vai a farti l’abbonamento nuovo. Sei un po’ in ritardo e facendo la fila pesti i piedi per terra. Infine un’altra corsa verso il convoglio, che parte neanche un minuto dopo che ci sei salito. Salvo qualche ritardo, anche stamattina alle otto e mezza sarai a lezione. La tua città è la stazione di partenza e sul treno c’è ancora poca gente. Poco distante da te, due studenti chiacchierano e si raccontano un po’ il loro weekend, mentre da qualche altra parte si sente suonare un cellulare. Stai per tirare fuori gli ultimi appunti, ma ecco che qualcuno ti saluta. “Ciao! Anche oggi su questo treno?”, ti dice Silvia, una ragazza che studia giapponese, e che dovrebbe avere uno o due anni più di te. Silvia non la conosci benissimo, ma vi siete incontrati già altre volte nella stessa circostanza. La ragazza è sul metro e 60 e porta i capelli biondi raccolti. È sempre vestita di scuro, un po’ da metallara, con gli stivali e la felpa dei Metallica o degli Opeth. Certe volte per cambiare anche dei Kraftwerk. Silvia si siede anche lei, un po’ vi parlate, ma siete appena alla prima stazione appena dopo la partenza. Poi lei tira fuori il suo lettore CD portatile futuristico per l’epoca e ci infila dentro un compact che non avevi mai visto. Tenti di concentrarti sugli appunti e su qualche schema, ma quello che senti non è uno dei soliti ascolti di Silvia. Non senti nè chitarra distorta nè batteria che pesta. Spazientito, alla seconda stazione dopo la vostra città le fai un cenno e le chiedi “Di chi è questo album?”. “Non è un album”, ti risponde lei dopo essersi tolta le cuffie, “è un EP di quest’anno, con la ex moglie di Phil Anselmo alla voce e alla chitarra. Dai, lo ascoltiamo insieme, cosa vuoi metterti a studiare a quest’ora?”. Ed ecco che parte il viaggio musicale.

Da qualche parte in Louisiana, forse non lontano dal confine con il Texas. Non lontano si fa per dire, perchè qui le distanze sono enormi. Autostrade vuote. La notte è come una cupola nerissima che occupa tutto il cielo. Buio pesto, Luna nuova e neanche una stella. E fa caldissimo. Non tira un filo d’aria da almeno due mesi. Sì e no a trenta miglia dalla città più vicina, in un punto sperduto si vedono delle luci. Una casa isolata, in legno, con fuori parcheggiati due pick-up e due vecchie Cadillac, appena visibili. Dev’essere anche questa la Louisiana della canzone dei Litfiba. Un po’ di luce esce solo da due piccole finestre ricavate tra le assi che cingono l’abitazione. Avvicinarsi. Si sente musica venire come da sotto. Nel piano interrato c’è uno studio di registrazione privato. Phil Anselmo è seduto a un tavolo scuro, di legno massiccio, e beve a gran sorsate un bicchierone di distillato clandestino, di quello che ti spacca la gola se non sei abituato. Vicino al bicchiere c’è una scatola di grossi sigari, come anche una bottiglia mezza vuota di whisky di puro malto. Poco distante da Phil invece, è seduta la sua ex moglie Stephanie, circondata dagli altri membri dei Southern Isolation. La cantante hai i capelli biondi, ma gli occhi scuri, e sul braccio destro porta un tatuaggio nero. Rossetto scuro. Nere ha anche le unghie, lunghe appena un paio di millimetri oltre i polpastrelli. È vestita di scuro. Atmosfera cupa. Le luci sono basse, c’è fumo, e la donna sta facendo l’ennesima prova di registrazione dell’EP che porta lo stesso nome della band. Stephanie quasi si spacca le mani sulla chitarra acustica, e intanto canta di nuovo il testo di Bluebird, la prima traccia del disco, il biglietto da visita del gruppo. Che deve essere perfetto. Ore e ore prima, tutta la band insieme ha deciso che quella sarà l’ultima notte in cui si registra. O la va o la spacca. Allora prova e riprova la cantante, suona, si interrompe, impreca. Stephanie ha la fronte sudata, le mani le fanno male, ma gli altri musicisti la incoraggiano.

“Take the moths off and breathe them in your mouth/ Dress you up in violet clothes, just take you to the sun/ And hide you from the rain, take you to the trees and all your dreams./ Lost you somewhere in the sky…. /”, dice la prima strofa.  “Gonna make you shine, so beautiful tonight/ Gonna make you shine, so bright tonight”, questo invece il testo del refrain.

“Dai, fatti due minuti di pausa e beviti un goccio anche tu”, le dice l’ex marito, ma lei rifiuta, è come in una fase ascetica. Nel frattempo sono passate ore. “Ma cos’è questo rumore che viene da fuori?”, chiede Stephanie. “Piove! Piove!”, le rispondono uno dopo l’altro gli altri membri della band. Gli occhi della cantante si illuminano. Parte un’altra prova, e adesso alla moglie di Phil le mani non fanno quasi più male. La voce le esce naturale come non mai, mentre il testo va perfettamente a ritmo con la musica. Dalla tastiera colano gocce di rugiada. “Yay!”, esclama Stephanie una volta finita la registrazione, “We made it!”, e subito dopo si alza trionfante, con le braccia tese verso il soffitto. Da fuori viene rumore di tuoni e di un acquazzone. I cinque i musicisti salgono rapidamente al piano terra e poi si buttano sotto la pioggia fittissima. Saltano, ballano, incuranti dei fulmini che potrebbero beccarsi in testa. “Southern people we are!”, cantano tutti, quasi in coro, sotto il temporale.

[2021; inedito; riferimento all’EP omonimo dei Southern Isolation (2001)]

DiAlessandro Corrado Baila

Ognissanti

Ognissanti

Il crepuscolo del giorno di Ognissanti è stato un occhio, il sole rosso e freddo il suo iride. A est il vento preparava il temporale e le nuvole coprivano la metà esatta del cielo, neanche ci fosse passato in mezzo un coltello. Lungo un viale alberato del centro storico, sotto vecchie case dalle mura affrescate, sono passate una tromba e una fisarmonica a caccia di elemosine. Hanno camminato sul prato rosso del sintetizzatore che stava ascoltando uno degli inquilini di quelle vecchie case. Dai balconi è saltato dentro gli appartamenti il ricordo di quando in centro passava ancora la banda, di quando manine ancora troppo morbide per schioccare hanno applaudito per la prima volta, senza capire bene cosa fosse quella cosa così bella che si sentiva nell’aria. Dall’ultimo piano invece è scesa in strada una pioggia di monetine e subito dopo un’infinità di grazie ha fatto il percorso inverso. Ascoltare i musicanti senza vederli ha fatto dimenticare la ferocia dei loro sfruttatori.

Poi è cominciata la pioggia, l’occhio si è bagnato e la tromba e la fisarmonica sono svanite dietro l’angolo, lungo la discesa che porta in piazza. La gattina rossa che da un balcone miagolava giù verso i musicanti è balzata in salotto per non beccarsi una zaffata d’acqua. Le imposte si sono chiuse tutte insieme.

Adesso è buio e l’occhio si è chiuso, è calato il sipario sul giorno. Lo spettacolo è finito. Anzi no, lo spettacolo continua dentro, dietro palpebre da cui pendono lunghe ciglia.

[2013; dalla raccolta di racconti brevi “Una domenica di tanti anni fa” (2016); scritto ascoltando Equinoxe di Jean-Michel Jarre (1978)]

DiAlessandro Corrado Baila

“Voglio svegliare il mondo”

“Voglio svegliare il mondo”

“Ciao! Sono ancora cotto da ieri, Oggi ho praticamente dormito tutto il giorno”, ti dice un lunedì sera per messaggio il tuo nuovo amico Marco. Di Marco sentivi parlare da anni e anni, ma solo il giorno prima finalmente vi siete conosciuti. Vi siete conosciuti in montagna, ad un fiera della letteratura e delle arti visive, organizzata dalla responsabile di un’associazione culturale, che è letteralmente un vulcano di idee ed eventi.

Marco ha appena compiuto quarant’anni, è sul metro e 80, indossa scarpe, pantaloni e maglietta, tutti neri. Neri ha anche i capelli, un po’ lunghi, fin sotto le orecchie e la nuca. Solo qualche capello grigio. Occhi scuri, naso pronunciato, labbra spesse, viso dal colorito acceso. Il tuo nuovo amico combina la lettura di poesie con la performance. Tutt’altro che serafiche, le sue poesie parlano al pubblico e del pubblico, della nostra indignazione sterile o del nostro comodo guardare dall’altra parte. Leggi tutto

DiAlessandro Corrado Baila

A una festa di paese

A una festa di paese

Carta, carta, carta! Carta e penna rigorosamente nera. Questo ti serve adesso, un sabato notte caldo. Devi raccontare quello che hai visto e sentito fino a poco fa, a una festa dove sei andato con una tua amica e dove c’erano diverse persone che conoscete entrambi. Una festa di paese, prima con musica dal vivo e poi con uno spettacolo circense.

Arrivate presto tu e la tua amica, ma subito notate un clown con i baffetti neri, la faccia coperta di biacca e in testa una bombetta. Cammina avanti e indietro dal bar al campo sportivo questo artista, cammina ed esegue continuamente alla perfezione un gioco di gambe con in più un bastone da passeggio. “Buonasera”, dice anche a voi il clown, che poco dopo si rivelerà un abilissimo trapezista. Leggi tutto

DiAlessandro Corrado Baila

Sulla linea tra giorno e notte.

Viaggio nel Veneto del benessere e della crisi

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